Qualcosa si muove

Non solo bufere, scandali e guerre. Sullo scenario planetario si nota qualche segnale di speranza.
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Lo scenario internazionale è dominato, lo sappiamo, dai fattori di crisi economica, politico-diplomatica, di sicurezza in senso lato. Ma qualcosa si muove. Ciò è vero, anzitutto, nel delicato rapporto tra politica ed economia a livello globale. Si parla di gruppi di varia natura, di G8, G13, G14, G20. Ma la vera notizia è che finalmente anche la politica internazionale, e non solo gli ambienti economici, cominciano a parlare della crisi finanziaria che imperversa su scala planetaria anche in termini di opportunità, e cioè come la possibilità di ripensare profondamente strutture, istituzioni, modalità operative che sinora erano considerate intoccabili. Nel recente vertice di Berlino i principali Paesi europei hanno convenuto che è urgente creare nuove regole e soprattutto nuovi controlli per i mercati finanziari per non lasciare sguarniti i cittadini di fronte allo strapotere e alle acrobazie della finanza globale.

 

Sempre in Germania, all’incontro internazionale sulla sicurezza globale, il vicepresidente degli Stati Uniti, Biden, ha detto che occorre premere il bottone restart (nuova partenza) nei rapporti tra Usa e Russia, vale a dire riavviare le relazioni tra questi due giganti (più o meno malati) su nuove basi, dopo i timori del ritorno di una nuova guerra fredda, specie dopo la guerra russo-georgiana della scorsa estate. I russi hanno mostrato di volerci stare, ed è già un inizio.  

Su un altro versante, a metà tra il contenzioso economico e il confronto politico, è incoraggiante che sia stato trovato un accordo tra Russia e Ucraina, propiziato dall’Unione europea, dopo la crisi dell’erogazione del gas russo che ha fatto tremare tutto il vecchio continente. Ci saranno sconti al governo di Kiev sul gas (altrimenti troppo caro per la situazione critica delle finanze ucraine) e l’Ucraina garantisce il transito del gas verso l’Europa. Si è anche messo in piedi un meccanismo che dovrebbe far in modo che crisi di questo tipo non si ripetano, per scongiurare il pericolo di tensioni nel cuore dell’Europa e ai suoi margini orientali.

 

Segnali positivi emergono anche in altri contesti. Basti pensare al Medio Oriente, e alle due conferenze convocate dall’Egitto a Sharm-el Sheik, una per sancire il cessate il fuoco (che speriamo si consolidi) tra Israele e la Striscia di Gaza, l’altra per lanciare un vasto programma di ricostruzione economica proprio nella martoriata Gaza. Il coinvolgimento dell’Egitto, in modo così attivo, da una parte è il segno che la situazione del confronto israelo-palestinese è arrivata a un nuovo snodo critico per tutta la regione, dall’altra che i Paesi arabi e lo stesso Israele avvertono che ogni giorno che passa in questa condizione di tensione non gioca a favore della pace.

In Africa vorremmo segnalare, in uno Zimbabwe ridotto ormai allo stremo, la messa in pratica dell’accordo, dopo un confronto durato sette mesi a seguito di elezioni contestate, sulla condivisione del potere (in pratica, un governo di unità nazionale), tra il presidente Robert Mugabe e il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai, divenuto primo ministro. Se guardiamo al contesto regionale, specie al Nord Kivu e al Darfur, l’aver scongiurato un potenziale scontro violento è di per sé un’eccellente notizia.

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