Premiato un monaco rapito dall’Isis

La 35esima edizione del Premio Archivio Disarmo – Colombe d’Oro per la Pace assegna il prestigioso riconoscimento a padre Jacques Mourad. Monaco della comunità di Mar Musa e sacerdote siro-cattolico della diocesi di Homs, in Siria. È stato sottratto alla sua comunità parrocchiale e rimasto ostaggio per vari mesi dei miliziani dell’Isis.

Attendo padre Jacques Mourad, un monaco siro-cattolico, al Centro Don Gnocchi di Roma dove pratica riabilitazione. Ha 52 anni ma avanza lentamente, un po’ ricurvo per la schiena malandata. Si appoggia a un bastone. Appare molto provato e più anziano della sua età. Per 4 mesi e 20 giorni, nel 2015, è stato prigioniero del Daesh. Dall’inizio della guerra ha scelto, nonostante il rischio, di restare accanto alla sua gente. È una scelta condivisa con padre Paolo Dall’Oglio, scomparso nel 2013 a Raqqa e di cui non si sanno più notizie, suo compagno nell’avventura spirituale del monastero di Mar Musa. Padre Jacques è stato rapito a Qaryatayn, in Siria, dove era parroco, e recluso e torturato a Raqqa, il quartier generale dei terroristi. È un testimone unico della radicalizzazione dei giovani e coglie importanti aspetti esistenziali della loro scelta: «Persone di scarsa rilevanza sono diventati uomini potenti: cospicui salari, grandi dimore, macchinoni fiammanti». Fa molto caldo, ci sediamo su una panchina di marmo bianco dove è più ventilato. Ancora oggi in Siria la guerra continua ed è molto pericoloso per lui vivere lì. Oggi risiede a Suleymanya, in Iraq, in Kurdistan per stare vicino a chi soffre. Padre Jacques parla lentamente, con un forte accento francese.

padre Jacques

Nel tuo libro Un monaco in ostaggio, per i tipi di Effatà, scrivi, riferendoti a un emiro che ti interroga sulla tua fede: «Com’è possibile che una persona così fine e colta, che prega cinque volte al giorno e cerca di obbedire alla legge di Dio, possa appartenere ad un’organizzazione terrorista, che pratica la schiavitù e commette attentati ed esecuzioni sommarie?».

Durante la prigionia è stato un punto di riflessione. È una grande questione perché non è possibile che una persona che prega e si mette davanti Dio, possa praticare la violenza. Numerosi jihadisti mi hanno raccontato che usano gli stessi metodi utilizzati da Maometto quando l’Islam era agli inizi per dominare il mondo. Ma è davvero possibile commettere attentati e sgozzamenti e al tempo stesso vivere una relazione reale con Dio? Anche se l’uomo è cattivo, fino a che punto può usare il nome di Dio per realizzare il suo progetto? Non dobbiamo dimenticare che anche noi cristiani abbiamo avuto le crociate. Pian piano ho capito che ogni jihadista vive un conflitto interiore di grande intensità, tra il credere di vivere alla lettera gli insegnamenti di Maometto e l’umanità presente in ciascuno di noi con cui Dio plasma tutti gli uomini e li spinge a prendersi cura degli altri. Per sfuggire a questo dramma indicibile alcuni si buttano nella violenza fino alla morte, fino al martirio.

Sono stati molti i momenti difficili durante il rapimento…

Ogni giorno, per 4 mesi e 20 giorni, è stato difficile perché ogni giorno è come una vita intera. Dio ha creato l’uomo a sua immagine. Vuol dire libero. La prigione non può mai essere una terapia per cambiare l’attitudine degli uomini. Quello che mi fa tanto soffrire in Siria sono tutti questi prigionieri, rapiti, nascosti, non c’è nessuno che pensa a loro. Sono tutti vittime della guerra e non è giusto che i governi Occidentali non prendano una seria iniziativa per salvarli tutti. Per quanto mi riguarda, il momento più difficile è stato quando mi hanno trasferito da Raqqa a Palmira e ho scoperto che non avevano rapito e imprigionato solo me, ma anche la metà dei miei parrocchiani: uomini, donne, bambini, anziani. Verrò a sapere più tardi che tutti gli altri sono fuggiti da Qaryatayn prima dell’arrivo dello Stato islamico.

Pensavo che fossero tutti fuggiti perché li avevo avvisati. Quando mi accadrà qualcosa ‒ gli avevo detto ‒, sarebbe stato per loro il segno di lasciare tutto e fuggire. Li pensavo in salvo. Passata la sorpresa, ci siamo gettati nelle braccia gli uni degli altri, felici di ritrovarci vivi! Pensavo di non rivederli più ed essi mi credevano morto da tempo. Ritrovare il loro Abouna, il loro padre, li ha riempiti di gioia. Rassicurati, consolati, non si sono sentiti più soli, esposti agli umori dei jihadisti che li tengono prigionieri.

Allo stesso tempo il dolore che ho provato è stato insopportabile come se un pugnale mi avesse trafitto il cuore. È stato molto difficile abbracciare i bambini del catechismo, gli anziani handicappati. Avrei preferito essere morto piuttosto che vivere tutto questo. Vedere i miei parrocchiani, i miei cari bambini nelle mani di questi pazzi mi era insopportabile! Tutte queste persone io le ho viste nascere, le ho battezzate, le ho sposate…

L’intervista continua sulla rivista Città Nuova numero di ottobre 10/2019

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