Pfas, le mamme chiedono aiuto all’Unione europea

Il dossier sull'inquinamento delle falde acquifere venete è stato presentato agli europarlamentari. In agenda anche la richiesta di incontri col ministro Costa e la Conferenza episcopale italiana

La questione Pfas è arrivata in Europa: una delegazione di mamme dell’ormai noto gruppo sono infatti state a Bruxelles dal 18 al 20 giugno, per incontrare alcuni rappresentanti del Parlamento europeo e della stampa e presentare le loro istanze.

Le giornate di lavoro sono iniziate con una conferenza stampa, a cui hanno assistito giornalisti – di cui tre di testate locali venete, Il Mattino di Padova, il Giornale di Vicenza e L’Arena, che hanno viaggiato insieme alle Mamme – e alcuni europarlamentari – perlopiù italiani, ma non solo; e sono proseguite poi con gli incontri a tu per tu con una decina di deputati di diversi gruppi, tutti accomunati dall’interesse per le problematiche ambientali – per la maggior parte membri della commissione Ambiente.

Al di là della presentazione del problema, le Mamme no Pfas, che protestano contro l’inquinamento da sostanze chimiche di una parte delle falde acquifere venete, hanno portato sui tavoli europei delle richieste precise: in particolare la modifica delle direttive vigenti, portando a zero il limite di tolleranza per le sostanze bioaccumulabili, persistenti e tossiche; che venga adottato il principio di precauzione; che venga attuata una normativa europea di certificazione delle aziende a rischio al posto dell’attuale certificazione; che venga imposto il divieto di scarico delle acque industriali contaminate e quello di diluizione delle acque; e che venga istituita una commissione pubblica europea con il compito di certificare l’assenza di pericolosità delle nuove sostanze chimiche prima dell’autorizzazione a produrle e commercializzarle.

Il gruppo ha  consegnato diversi documenti a sostegno delle proprie richieste e fatto notare come, a fronte dei 5 miliardi di euro di costi attualmente stimati per spese sanitarie, nuovi acquedotti, bonifiche ambientali e danni alla filiera alimentare e all’agricoltura, agire in forma preventiva avrebbe consentito di evitare il 90 per cento di questei costi.

«Abbiamo riscontrato un genuino interesse da parte degli europarlamentari coinvolti – spiega Anna Maria Panarotto, una delle mamme presenti a Bruxelles –, che ci hanno incontrati nonostante fosse in corso una seduta in aula. Ci hanno assicurato il loro impegno a portare avanti queste istanze in sede europea, ma anche nazionale: ora intendiamo infatti chiedere un incontro al nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa, insieme agli europarlamentari italiani che abbiamo incontrato. Monitoreremo gli sviluppi affinché, come assicurato, questi percorsi vengano avviati già in questa legislatura».

Nei progetti futuri c’è poi anche la richiesta di un’udienza alla Commissione europea. «Sappiamo che è difficile – ammette Anna Maria –, ma non ci scoraggiamo. Del resto, ci siamo rese conto che è fondamentale uscire dal Veneto perché non si tratta di un problema circoscritto: altre zone d’Europa devono confrontarsi con l’acqua contaminata, e anche l’inquinamento da Pfas in Veneto si sta allargando. La falda “cammina”, e il pesce pescato in laguna viene poi venduto anche in altre zone d’Italia». Il tema verrà infine proposto anche al prossimo incontro della Commissione Ambiente della Cei.

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