Perché odiare?

Presentato alla 77ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, Non odiare, film d’esordio di Mauro Mancini, è una rarità perché parla della  necessità di vincere l’odio attraverso le ferite personali da rimarginare  

Di fronte a fatti di cronaca continui di violenza di ogni tipo e ad ogni latitudine, un film come Non odiare, opera di Mauro Mancini presentata alla Settimana della Critica a Venezia e ora in sala, diventa un messaggio particolare. Lanciato in modo discreto come è tutto il film, fatto di poche parole, di immagini pensate, di una Trieste ventosa e acquatica dove si agitano diverse anime.

Simone Segre è un chirurgo ebreo che assiste un incidentato. Scopre che l’uomo ha un enorme tatuaggio neonazista sul petto. L’odio – il padre è stato in campo di concentramento – lo assale, chiama l’ambulanza, ma non dà soccorso al ferito, che morirà. Tormentato dai sensi di colpa, quest’uomo ricco e solo, senza famiglia, cerca un contatto con i figli del morto. Assume come cameriera la ragazza, Marica, viene percosso per strada dal fratello di lei, un adolescente neonazista, conosce il figlio minore, Paolo, ancora innocente, che gli ricorda il candore di lui stesso, da piccolo. Il rapporto non sarà facile, anche perché fra il medico e Marica nasce una tenerezza, rispettosa tuttavia, notata dal fratello rancoroso. Il film si snoda fra notti e giorni sospesi, il fratello viene ferito, lui lo accoglie in casa. Sarà la degenza che farà da una parte emergere l’odio reciproco e dall’altra stemperarlo nell’animo del chirurgo, che riesce a dare una sistemazione ai ragazzi, vincendo l’odio dentro di lui ed aiutando il giovane ad uscire dal giro violento.

Film di volti, di tanti sguardi parlanti, di rare parole e di una tenuta delicata, che frena le troppe emozioni. In un cinema italiano molto parlato ed esplicito, questo lavoro è una rarità perché parla della  necessità di vincere l’odio attraverso le ferite personali da rimarginare ciascuno dentro di sè. Il chirurgo (un perfetto, intenso Alessandro Gassmann) con la generosità vincerà anche i traumi personali, come la ragazza Marica (Sara Serraiocco) quelli familiari  e la povertà. Il regista non guarda solo ai personaggi, delineati con  acutezza e rispetto, ma osserva la società intorno, la fragilità del mondo giovanile attirato dalla violenza facile, con un occhio indagatore ed anche “pietoso”, consapevole che per perdonare e dimenticare è necessario molto tempo. Da non perdere.

 

 

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