Per un futuro non-violento

Gli attentati di questi anni ripropongono con maggior forza l’antico dilemma: che fare contro la violenza? Dopo l’11 settembre essa ha rotto per così dire gli argini e ha occupato spazi vicini al vivere comune, togliendo quel senso di sicurezza personale di cui, come occidentali, ci ritenevamo dotati. In realtà – senza negare l’aspetto specifico della violenza terroristica – la violenza percorre la nostra società da prima degli attentati e di tale violenza spesso noi non siamo solo vittime, ma complici. E rispetto a tale situazione ogni persona può dare un contributo di pace partendo per così dire dal proprio cuore, dal proprio modo di pensare e di parlare, persino dal proprio modo di fare acquisti. Questa è la tesi sostenuta da Michael Nagler nel suo Per un futuro non-violento (Ponte alle Grazie ed.). Docente alla Berkeley University in California, ancora negli anni Sessanta incontrò un seguace di Gandhi e da allora la sua vita e il suo insegnamento si orientarono alla pratica, all’approfondimento e alla diffusione della non-violenza. Per Nagler, insomma, le vere cause della violenza, a differenza di quanto viene presentato dalla maggior parte dei mass-media, risiedono in ogni uomo. L’odio, che ha origine nel cuore dell’uomo, solo successivamente trova degli obiettivi storici o culturali, legati alla razza, o alla religione o alle nazioni. Proprio per questo anche la pace, e quindi la guerra, nascono nel cuore di ogni uomo, come più volte hanno ricordato gli interventi dei pontefici: ed è a questo livello, alla radice del problema che ognuno può intervenire senza pensare o illudersi che non esistano responsabilità personali. Anche al di là degli episodi di terrorismo, il fatto che la violenza abbia trovato tanto spazio e tanta audience, è legato al diffondersi di una cultura orientata alla morte in cui la vita pare abbia perso di significati forti. Così un atteggiamento e un pensiero che siano in grado di trovare nuovi scopi alla vita, contribuiscono alla creazione di una cultura e, poi, di una società nonviolenta. Ma quali risposte vanno trovate ad atti violenti o spesso alla minaccia di altre violenze? A quanti obiettano che la guerra, o la violenza, spesso siano necessarie per evitarne altre, Nagler replica che la guerra a volte funziona ma non è mai efficace, dato che gli effetti a lungo termine sono sempre devastanti sia per chi la compie sia per chi la subisce. Gli atti di amore nonviolento invece (da quelli di padre Kolbe a quelli dei giovani di Tienamen) ogni tanto funzionano ma sono sempre efficaci. Per questo Nagler ritiene fondamentale un approccio educativo attento a questi problemi: l’ignoranza è la causa di tutti i conflitti nel mondo. L’ignoranza non è un crimine. Non merita di essere condannata, ma di essere rimossa con il potere del nostro amore. Così l’amore e la saggezza che nascono dalla scelta profonda di convertire la rabbia spesso creata da atteggiamenti degli altri, possono generare trasformazioni enormemente efficaci: come è avvenuto nell’esperienza gandhiana e in molti altri casi che normalmente vengono trascurati dall’opinione pubblica dominante. Altrettanto fermo risulta Nagler nel respingere le giustificazioni per una violenza degli stati: Affermare che la nonviolenza può essere praticata dagli individui e non dalle nazioni, che sono composte da individui, è blasfemo, sostiene sempre Gandhi. Ed anzi come vanno educate, formate e preparate le singole persone, così andrebbero formati e preparati degli eserciti di nonviolenti capaci di intervenire in quei contesti in cui si accendono focolai di violenza. Nagler ricorda spesso sant’Agostino, secondo il quale in ogni uomo è presente un inestinguibile desiderio di pace: anche quelli che fanno violenza o optano per la guerra, lo fanno avendo come fine la pace stessa. La profonda inutilità della guerra nella nostra epoca aiuta a rendere quell’eterno desiderio ancora più attuabile. Il testo, molto profondo da vari punti di vista, ricco sia di argomentazioni sia di dati storici ed esperienziali, risulta importante nella formazione di chi è più sensibile a queste tematiche, ma appare di indubbio interesse anche per chiunque sia orientato alla costruzione di un mondo unito.

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