Padre Pino Puglisi modello di integrità e dolcezza

Il ricordo di Vincenzo Morgante, direttore di Radio InBlu e TV2000: saperlo beato è uno sprone a essere la sua altezza, a non tirarsi indietro e a sporcarsi le mani quando serve, mantenendo la schiena dritta.

Lo chiamavano 3P. Padre Pino Puglisi fu ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 sulla porta di casa. Accolse i suoi assassini con un sorriso, dicendo: «Me l’aspettavo». E quel sorriso gli si fermò sul volto anche da morto, rimanendo impresso nella mente e nel cuore di quanti ancora oggi ricordano le sue parole e il suo impegno per i poveri, per i ragazzi, per  la giustizia.

«È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole – diceva – , per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti».

La memoria di padre Puglisi viene celebrata dalla Chiesa il 21 ottobre, quando il sacerdote palermitano – dichiarato beato nel 2013 – fu battezzato. vincenzo-morgante-foto-di-stefania-casellatoAbbiamo chiesto un ricordo di 3P a Vincenzo Morgante, direttore di Radio InBlu e di TV2000, che lo intervistò a Palermo quando era ancora un giornalista precario. «Ho conosciuto don Puglisi perché è stato è stato docente di mia moglie. L’ho conosciuto in casa dei miei suoceri quando ancora ero fidanzato, lui era lì perché vendeva i biglietti di una lotteria per raccogliere dei fondi per quello che poi sarebbe diventato il “Centro Padre Nostro” di Brancaccio. Devo essere sincero: fino a quel momento non avevo mai sentito parlare di lui».

Dopo averlo intervistato, aggiunge il direttore, «tornai con l’impressione di un sacerdote molto serio, motivato, impegnato, ma assolutamente non ebbi la percezione di una persona in pericolo. Questo, da un lato, per un deficit di natura personale: confesso di non averlo percepito, ma dall’altro perché ero stato colpito di più dagli occhi di questo sacerdote che, nonostante tutto quello che poi abbiamo scoperto – le minacce che subiva, le tensioni –, continuava la sua missione. Quegli occhi trasmettevano una grande dolcezza, erano pieni di Dio e non è un modo di dire. D’altronde colui che gli ha sparato poi ha raccontato che è stato accolto da un sorriso e da un: “me l’aspettavo”».

Don Puglisi, continua il direttore Morgante, «era un modello di sacerdote che mi piace tanto: non cercava i riflettori, non cercava la notorietà, però era lì. Lì contro i signorotti, contro i prepotenti, contro i mafiosi, ad occuparsi dei suoi ragazzi e delle sue ragazze a occuparsi del gregge che gli era stato affidato. Era per un sacerdote a tutto tondo, orgoglioso di essere un ministro di Dio». Oltre alla dolcezza dell’incontro, in Morgante resta l’amaro del rammarico e la grandezza di un testimone vero. «Me lo porto nel cuore un po’ amareggiato di non avere percepito in quella sede la gravità della situazione nella quale lui era immerso. Ero un giovane precario: non so cosa avrei potuto fare, ma come cittadino forse avrei potuto e dovuto fare di più. Saperlo adesso beato è però una gioia e uno sprone a essere la sua altezza, a non tirarsi indietro e a sporcarsi le mani quando serve, mantenendo la schiena dritta».

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