È difficile, e quasi impossibile, aiutare qualcuno se questi non riconosce la sua condizione di bisogno, ed è altrettanto difficile aiutare una persona da soli. Spesso servono 4 mani, 8, 10. Esistono anime prigioniere, rinchiuse all’ombra di una fortezza di abitudini dove il degrado assume il volto rassicurante della normalità. C’è chi, ormai anziano o nel labirinto di una disabilità, costruisce la propria esistenza su un terreno scivoloso, aggrappandosi a routine strampalate come a un’ultima illusione di autonomia.
I servizi domiciliari del Comune rappresentano spesso la soluzione immediata ai primi segni di cedimento delle autonomie personali. Non di rado le segnalazioni provengono dal vicinato o dalle forze dell’ordine, ma l’impresa vera, quasi titanica, è convincere queste anime assediate dal silenzio a riconoscere la propria fragilità non come una sconfitta, ma come il primo passo verso la luce.
La segnalazione era giunta come un’eco nel gelo dei registri: il Nucleo G, avvolto in un sudario di degrado. Un’ombra lunga gravava sulla dimora, un’ombra creata dalla caparbietà indomita del signor Guido, il capo famiglia, la cui posizione era un muro di silenzio contro ogni offerta di aiuto. «Non vogliamo essere assistiti», era il suo non detto, una sfida muta lanciata al mondo esterno.
Di fronte a tale riserbo, le ali della burocrazia si erano ripiegate su un gesto cauto: il Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD) avrebbe tentato il primo, fragile contatto. Inizialmente, fu il pasto, un unico, solitario pasto al giorno per tre anime, a farsi messaggero. Non era solo nutrimento, ma un tramite gentile, lo strumento con cui le operatrici speravano di infrangere la corazza di Guido e, attraverso la consegna giornaliera, intravedere il labirinto di bisogni della famiglia.
Per mesi, il cibo era stato un’offerta lasciata sulla soglia, come un’oblazione agli spiriti della casa. Poi, all’improvviso, qualcosa era cambiato. Il signor Guido aveva concesso un accesso timido, una quotidiana, fugace presenza. Solo così, le operatrici del SAD erano state ammesse nell’intimità del loro dramma, testimoniando le condizioni di vita del figlio e potendo offrire un balsamo, un aiuto materiale per la cura e l’igiene.
L’accettazione era stata un’erosione lenta, come l’acqua sulla roccia. Con il tempo, Guido aveva confessato, con voce roca, la fatica di gestire il focolare e i suoi cari, pur mantenendo un’orgogliosa, quasi difensiva, diffidenza verso l’ingerenza dei “Servizi”. Non aveva mai permesso che la luce dell’ISEE illuminasse le loro finanze, e per questo, il Comune era dovuto intervenire a coprire i costi essenziali di cura e assistenza, mentre il pasto, unico legame tangibile con l’esterno, rimaneva un debito pagato dalla famiglia. Solo ora, con questo accesso più profondo, la vera gravità della loro esistenza si era rivelata, rendendo inevitabile l’appello al Servizio Disabilità.
L’abitazione, di loro proprietà, si ergeva in due piani, al piano superiore regnava l’eremo di Osvaldo, il figlio nascosto agli occhi del mondo. Era una casa antica, spogliata di ogni conforto moderno: senza riscaldamento, senza servizi igienici, l’acqua corrente confinata solo al piano inferiore. I balconi erano sbarrati come occhi ciechi, la luce rara cercava furtivamente di infiltrarsi durante le ore più calde, al piano superiore, nei luoghi segreti di Osvaldo.
Al piano terra la cucina, priva di acqua, con la stufa spenta, era un ricettacolo di ogni sorta di oggetti. Le condizioni igieniche erano un insulto: pareti annerite. Qui, su un vecchio divano, cercava riposo il signor Guido. Nella stanza accanto, la signora M, la madre. Una finestra c’era, ma restava ostinatamente chiusa. La stufa a legna, inutile e fredda. Anche lei dormiva su un vecchio divano, avvolta in coperte. Sotto il tavolo, un altro secchio.
Il pavimento era una palude di stracci e carta vecchia, la cui sporcizia denunciava mesi di abbandono. Agli angoli, i “mucchi” di carta triturata confermavano la scia dei roditori. Un disimpegno fungeva da cerniera tra i mondi, portando alle scale del piano superiore. Il corridoio d’ingresso, cupo, ospitava un materasso sporco, avvolto in plastica, come un cadavere in attesa. Ma il vero orrore si annidava nella stanza dove “viveva”, se così si può dire, Osvaldo. Il pavimento sembrava terra battuta, ricoperto da uno strato di sporco sedimentato. Una luce, fioca e spettrale, proveniva da una lampadina annerita. Le pareti, macchiate di umidità e annerite dal tempo, portavano i segni di antiche infiltrazioni. Al centro, troneggiava una sedia di plastica, trasformata in un trono di miseria: un foro nel sedile, e sotto, un secchio. Era lì che Osvaldo trascorreva le sue lunghe, immobili ore.
Sul pavimento, stracci di riviste e giornali giacevano dispersi, la cui condizione suggeriva la presenza di ospiti più oscuri: i roditori. I loro escrementi erano stati visti persino nella ciotola del cibo. Il giaciglio di Osvaldo era una rete nuda, senza materasso. L’aria, gelida e pesante, era satura dell’odore acre di muffa ed escrementi. Osvaldo deambulava malamente, a causa della sua grave disabilità intellettiva, e a volte dormiva su un materasso sfondato nella stanza adiacente.
La storia familiare era rappresentata da un lungo passato trascorso in una gelateria all’estero, come un esilio autoimposto: pochi contatti, parenti ostili, assenza di relazioni sociali. Solo Guido usciva per i rifornimenti; la moglie e il figlio erano due statue immobili, prigioniere tra le mura.
Osvaldo, l’invalido civile al 100%, viveva avvolto in molte maglie, privo di intimo o pantaloni, il corpo dimenticato: barba, capelli, unghie lunghissime. La fame lo rendeva irascibile, spingendolo talvolta nel prato retrostante per cercare cibo, a volte perfino erba. Passava la maggior parte del tempo su quella sedia che era il suo gabinetto.
Poi, la prima uscita, dopo un’estenuante trattativa. Il padre, che aveva messo da parte per un momento la vergogna di mostrare il figlio al mondo, aveva concesso un briciolo di fiducia alle due operatrici nel portare Osvaldo fuori con l’auto al Centro Diurno. L’obiettivo: una doccia, un’occasione per vedere l’uomo oltre la sporcizia. Osvaldo accettò il lavaggio e gli abiti nuovi, guardò con interesse il mondo fuori dal finestrino e confessò un desiderio straziante: «Vorrei restare qui». Al ritorno, la sentenza paterna: «Spogliati e torna nella tua stanza».
La signora M, molto avanti in età, ormai confusa, non orientata, spesso incontinente, faticava a indossare gli indumenti puliti offerti. La sua autonomia era un sussurro, incapace di curare sé stessa, la casa, o il figlio.
Il signor Guido, apparentemente il più lucido, restava il nodo incomprensibile di questa tragedia. Come poteva aver tollerato tale esistenza? Era lui il decisore, stanco ma caparbio, che lamentava la difficoltà di gestione ma temeva il giudizio del mondo e dei familiari di fronte all’ipotesi di un ricovero. Riconosceva solo a metà i limiti della moglie e del figlio, scaricando su di loro la decisione di allontanarsi.
L’evidenza e il grido di aiuto avevano preso spazio e, di fronte a questa condizione, un affronto alla dignità umana fatto di gravi carenze igieniche e di bisogni negati, e alla lampante incapacità di Guido di sostenere i suoi cari, l’urgenza si faceva grido. Il ricovero di Osvaldo e la madre in strutture adeguate, capaci di lenire i loro molteplici bisogni, era l’unica via.
Per Guido, l’opzione era una libera scelta: restare, a patto che la casa venisse risanata, dotata almeno di un servizio igienico, e che l’assistenza domestica, la cura personale e i pasti gli fossero garantiti dal Servizio Domiciliare.
Ma l’azione non poteva più attendere il consenso. Era necessaria e urgente la nomina di un amministratore di sostegno per Osvaldo e la madre, una figura in grado di attingere ai loro beni e alle loro entrate, per spezzare il cerchio del degrado e finanziare l’ingresso in un rifugio di cure e dignità. Il tempo era scaduto.