Ex voto in terracotta raccontano…

Gli anatomici fittili, uno straordinario fenomeno di religiosità popolare dell’Italia antica

Ogni volta che le capitava di visitare un sito archeologico, mia madre era attirata dalle semplici tracce della vita quotidiana, che ancor più delle testimonianze artistiche le attualizzavano quei tempi remoti: i solchi prodotti sulla vera di un pozzo dalla corda cui era legato il secchio per attingere l’acqua, un graffito scherzoso inciso sommariamente sopra un intonaco, l’impronta prodotta da un sandalo o dal passaggio di un animale su una tegola fittile messa ad asciugare… E poi quegli ex voto anatomici, anch’essi in terracotta, raffiguranti in modo spesso rudimentale e “povero” fattezze umane e parti di organi del corpo umano, così simili a quelli (magari in lamina argentea) che ritrovava nei santuari cristiani: testimonianze dell’uomo di sempre che il tal modo esprimeva le sue aspettative di guarigione da una malattia o le sue richieste di protezione e di fertilità.

Nell’Italia antica queste testimonianze tangibili di una religiosità popolare sono state rinvenute per lo più presso insediamenti sacrali o sorgenti di acque medicamentose, e in numero così esorbitante che dagli scavatori del passato venivano spesso buttate via, distrutte o addirittura ridotte a breccia sul piano stradale per non intasare i depositi dei musei, in quanto ritenute di scarsa o nessuna valenza artistica. Tutt’al più attiravano l’interesse di qualche medico e anatomista che le ammetteva nelle sue collezioni private; moltissime, tra cui quelle più raffinate in bronzo, andavano invece disperse nel mercato antiquario.

Solo in epoca recente questa produzione artigianale in serie, ottenuta da stampi derivati da un prototipo in terracotta, ha conquistato un proprio posto nelle collezioni museali e una propria dignità nella letteratura scientifica. A illustrare questo fenomeno culturale e cultuale, che a partire dal IV secolo a.C. fino agli inizi del I ha investito le popolazioni etrusche ed italiche nel centro-meridione della Penisola, l’archeologa Fabiana Fabbri ha dedicato uno studio che può essere considerato di sicuro riferimento al riguardo, dal titolo Votivi anatomici fittili; studio pubblicato da Ante Quem, editrice benemerita per la ricerca archeologica “libera”, svincolata dall’incasellamento accademico.

«Le ipotesi sull’uso di questo materiale votivo – commenta l’autrice – mostrano l’importante ruolo svolto in tal senso da alcune città dell’Etruria meridionale, quali Veio e Falerii. Roma, che vive in quest’epoca un grande periodo espansionistico, diffonde questa pratica nei territori da essa conquistati, tanto che i votivi anatomici fittili hanno finito per costituire uno dei “reperti guida” più tipici della colonizzazione romana di età repubblicana».

Con la correttezza filologica che la caratterizza, la Fabbri fa di ogni classe di queste raffigurazioni plastiche occasione per sondare, con proposte sempre affascinanti, campi della religiosità popolare raramente presenti nelle fonti documentarie o epigrafiche, soprattutto per l’età medio e tardo-repubblicana, nella convinzione che proprio dalle classi subalterne e rurali all’origine di tale fenomeno può esserci restituita una immagine più veritiera dell’Italia in quel particolare periodo storico.

Le parti del corpo umano solitamente rappresentate sono teste e mezze teste, occhi, orecchie, nasi, colli, lingue, mammelle, toraci (spesso con addome aperto a mostrare gli organi interni), visceri distesi su piastre o disposti “a pacchetto”, arti superiori ed inferiori completi o scomposti in parti isolate, glutei, organi genitali interni ed esterni maschili e femminili. Un altro tipo di votivi raffigura neonati in fasce, generalmente sorridenti, bambini seduti o accovacciati, coppie stanti o sedute, con o senza bambino (chiara richiesta di protezione della maternità e dell’unione matrimoniale). E non mancano neppure raffigurazioni parziali o complete di animali domestici, per lo più bovini, ovini e suini, a indicare l’importanza rivestita da questa forza-lavoro per la sussistenza dei piccoli allevatori dell’epoca.

Ma cosa intendevano indicare offerte del genere, presenti anche in Grecia? Una grazia da ottenere o quella già ottenuta? Si tratta, infatti, di oggetti in genere “muti”, raramente accompagnati da iscrizioni che chiariscano il momento del rapporto con la divinità protettrice della salute e della fertilità (in genere femminile). Solo per analogia con i votivi di età imperiale, dove le testimonianze epigrafiche sono più frequenti ed esplicite, possiamo supporre che anche quelli di età repubblicana obbedissero al medesimo criterio di grazia ottenuta.

Questo fenomeno popolare divenne così importante da investire persino i culti ufficiali in auge nello Stato romano. Ed oggi, testimoniando la volontà dei fedeli dell’epoca di instaurare un rapporto più personale e diretto con la divinità, fornisce elementi preziosi anche per lo sviluppo della storia delle religioni: in particolare, va a illuminare un nuovo ambito dell’archeologia, quello che si occupa del rito.

 

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