Nulla è mai stato “subito”

Mirella era sempre stata una bambina molto timida. La sua timidezza però era così forte da essere, a volte, paralizzante. Se, inavvertitamente, si trovava ad essere al centro dell’attenzione, diventava tutta rossa rossa, abbassava la testa e iniziava a sudare freddo, mentre i battiti del suo cuore aumentavano a ritmo di tamburo. BUM, BUM, BUM. Avrebbe voluto essere piccola piccola e invisibile, così che nessuno la potesse notare. Invece era alta e paffutella e aveva un ciuffetto bianco tra la massa di ricci scuri. Sì, proprio un ciuffetto bianco candido, che non poteva certo passare inosservato! Mirella era talmente timida che aveva paura di moltissime cose: del giudizio delle persone; delle scelte semplici o importanti; dei cambiamenti, piccoli o grandi che fossero. Sua sorella Sara, invece, era l’esatto contrario: era una bambina molto estroversa e simpatica; tutti l’amavano e si divertivano a stare in sua compagnia. Mirella avrebbe tanto voluto assomigliarle almeno un po’, ma non era semplice cambiare il proprio carattere! Non puoi essere così timida – le diceva sempre il papà -, dovesti fare uno sport di squadra, ti aiuterebbe. Mirella però non voleva; lei non era una sportiva e tanto meno una vincente… nessuno l’avrebbe voluta in una squadra! Un giorno però incontrò un suo amico. Era un amico grande, si chiamava Paolo e faceva l’allenatore di pallavolo: Mirella, perché non vieni a giocare con noi ? Siamo contate di numero, una giocatrice in più ci farebbe proprio comodo!. Ma io non sono capace, non sono mai stata brava. Paolo le sorrise: Si può sempre imparare. Anche i più grandi campioni sono partiti da zero. Mirella non voleva diventare una campionessa; le sarebbe bastato essere solo meno timida e paurosa. Buttati per una volta. E fidati. Nella vita prima o poi bisogna farlo, le disse il suo amico Paolo. Così, il giorno dopo, Mirella si presentò agli allenamenti, piena di timori e con le gambe che le tremavano per l’agitazione. Avrebbe tanto voluto tornare indietro, ma ormai non poteva più. Ecco, lo sapevo che non dovevo venire – pensava fra sé, guardando le sue nuove compagne -: loro si conoscono già tutte e sono amiche. Io non c’entro niente, non so neanche giocare. Mirella invece si sbagliava: le altre bambine, infatti, si mostrarono subito gentili con lei. Perché non mi hanno ancora visto con la palla in mano…., pensò fra sé, col morale sotto i piedi. Invece si sbagliava. Nessuna rise quando mancò la palla. Mirella però non riusciva a concentrarsi. Sapeva che non doveva sbagliare, perché se no ci avrebbe rimesso tutta la sua squadra. Questo pensiero l’agitava, non solo perché non sapeva giocare, ma anche perché sentiva tutta l’attenzione puntata addosso. Quando venne per lei il momento della battuta iniziò di nuovo a sudare freddo, a diventare tutta rossa e a tremare. Il cuore sembrava scoppiarle fuori dal petto. Non ti preoccupare se non riesci a battere dall’alto – le disse Paolo -, per quello ci vuole tempo. Prova a battere dal basso. È facile, tutti ci riescono. Non è vero che tutti ci riescono, pensò ancora tra sé Mirella, io non ci riuscirò, e infatti sbagliò. La palla non andò al di là della rete. Ecco, che figuraccia! Tutti sono capaci e io no. Le veniva da piangere. Riprova – le disse Paolo -. Coraggio!. Tutte la stavano guardando, aspettando che battesse la palla al di là della rete. Mirella riprovò, agitata più di prima, e sbagliò di nuovo. Basta, non ci riesco!, le uscì di getto e una lacrimuccia le scese lungo la guancia. Paolo le si avvicinò: Mai dire non ci riesco. Nulla è mai stato subito. Ci vuole solo un po’ di concentrazione e nessuna paura. Mirella invece aveva proprio paura: paura delle compagne, dei loro occhi su di lei, della palla stessa. Sai perché mi piace tanto la pallavolo? – le disse Paolo -. Perché è un po’ come la vita. Anche se sbagli devi sempre ricominciare. Non puoi continuare a pensare al tuo errore e dire non ce la farò mai, se no è inevitabile che sbaglierai di nuovo. Mirella gli sorrise timidamente e, facendosi coraggio, tornò in battuta. Le compagne la incitavano: Dai Mirella!. Mirella fissò la palla, inspirò forte e cercò di concentrarsi: Ce la posso fare, si ripeté fra sé. Tre, due, uno, tiro. Lancio corto, oltrepassa appena la rete, ma va al di là ed è punto. 1 a 0 ed un primo passo per vincere la paura.

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