Il Novecento dialoga con Raffaello

Picasso, Dalì e De Chirico in un centinaio di opere da tutto il mondo conversano, a modo loro, col genio rinascimentale
Novecento De Chirico

Raffaello faceva paura. E anche invidia. Troppo perfetto, sublime, inaccessibile. Ma alcune icone del ‘900, come Picasso – il rivoluzionario -, Dalì – l’onnivoro – e de Chirico – il trasformista – paura non ne avevano. Sfidarlo era impossibile, dialogare si poteva. A modo loro, naturalmente.

Giorgio de Chirico (1888 – 1978), poeta “metafisico” di piazze astratte, amante della pulizia e del vuoto, non cerca il Raffaello maturo delle Stanze vaticane, gli piace immensamente Lo Sposalizio della Vergine (1504, Milano, Brera), tavola del genio ventunenne. Perciò nelle serie delle Piazze d’Italia riprende gli spazi dilatati, soli, intimi dell’Urbinate.

È soggiogato dal benessere e dalla pace che essi trasmettono e che egli, ricercatore inquieto, sempre desidera. Vuole immedesimarsi con il Sanzio, tanto da dipingersi nel 1924 in un Autoritratto guardando a quello di Raffaello agli Uffizi, e oggi nella mostra roveretana.

Salvator Dalì (1904 – 1989) è un catalano focoso e narciso, un poeta del surrealismo. E’ convinto che anche nel Sanzio ci sia la volontà di indagare il segreto mistero nascosto nelle cose e così, come un suo pari, si autoritrae nel 1921 con il tipico collo lungo del Genio sullo sfondo di una baia violetta, molto dolce, guardandoci come un nuovo Raffaello. Il “dialogo” con il principe dei pittori Dalì lo continua per tutta la vita: è anche una sfida, nascostamente, ma non troppo. Nel 1979 affronta addirittura due celebri affreschi, La Scuola d’Atene e l’Incendio di Borgo. Sperimenta la tecnica stereostopica per creare effetti tridimensionali nella tela. Il risultato è che i dipinti del Sanzio diventano “illusioni ottiche”, fiamme surreali, “visioni” oniriche. Altra cosa dal Rinascimento. Ma è quello che importa a Dalì, la propria assoluta originalità, convinto dal 1949 di essere “il Raffaello della sua epoca”.

Pablo Picasso (1881 -1973) non cerca il dialogo con nessuno, nemmeno con Raffaello. Anzi lo sfida. Naturalmente nega di citarlo in qualcuna delle sue opere. Ma Picasso, si sa, è un dissimulatore nato. Nega sempre di dover qualcosa a qualcuno.

Eppure, la Donna seduta del 1920 è tornita come una Madonna raffaellesca, pensierosa come le donne del Sanzio e dalla forma composta, “classica”. Anche in Guernica del 1937, capolavoro, la donna dalle braccia alzate davanti alla casa incendiata è una chiara citazione della medesima figura femminile nell’Incendio di Borgo così come accade nel sipario realizzato per Parade di Jean Cocteau nel 1917. Picasso nasconde i riferimenti, ma ci sono. Finché nel 1968 lo ammette, incidendo 25 fogli ispirati alla presunta storia amorosa tra Raffaello e la Fornarina. Imbroglione di genio, Picasso? Certo, e non è l’unico, ma geniale lo era davvero.

Alla fine anche lui, come Dalì e de Chirico, ha in qualche maniera, dovuto cedere a Raffaello. Rimanendo tuttavia, come è giusto, e come gli altri, sé stesso. Cioè un altro mondo, un altro pensiero, ma una uguale ricerca della bellezza vera. Quale?

Picasso, de Chirico e Dalì. Dialogo con Raffaello. Al Mart di Rovereto Fino al 29/8.

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