Non esistono ragazzi cattivi

“Noi per - Unici, Solidali, Creativi” è il titolo dell’incontro-festa dei giovani con papa Francesco e i padri sinodali, che si è svolto il 6 ottobre, presso l’Aula Paolo VI, promosso dalla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi e dalla Congregazione per l’educazione cattolica. Tra le testimonianze dal vivo, anche quella di Daniel, italiano, oggi studente di Scienze della Formazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nelle sue parole, un appello a non dimenticare, durante il Sinodo dei giovani, quelli che hanno fatto l’esperienza del carcere

Ricordatevi di noi

Scarpe da ginnastica, jeans sdruciti, una maglietta nera a maniche corte da cui spunta il disegno di un tatuaggio sul braccio destro: Daniel è il primo a raccontare la sua storia davanti a papa Francesco e ai padri Sinodali, sabato 6 ottobre, durante l’evento in Aula Paolo VI, dal titolo “Noi per – unici, solidali, creativi”, promosso dalla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi e dalla Congregazione per l’educazione cattolica, in occasione del Sinodo dei Giovani.

«Sono cresciuto a Quarto Oggiaro, un quartiere difficile di Milano, che molti chiamavano il “Bronx”, in un contesto in cui ciò che contava erano i soldi, l’immagine, il potere» racconta Daniel «per stare al passo, fin da giovanissimo, ho cominciato a commettere reati: prima, piccoli furti, poi rapine in banca. Per questo motivo, sono stato arrestato».

Daniel compie i suoi 18 anni in una cella del carcere minorile “Beccaria” di Milano. Lì dentro, mette in atto quello che lui chiama il suo “copione predefinito”: rifiuto dell’autorità, insofferenza verso le regole e i ragazzi di altre etnie. «Ricordo i primi giorni in cella con altri due ragazzi rom: un vero incubo!».

È ingestibile e violento, incattivito da un ambiente carcerario che percepisce solo come luogo punitivo. Così, prende diversi rapporti disciplinari e viene trasferito anche in altri istituti penali per minorenni: a Bologna, a Catania e a Bari.

«Al Beccaria, – continua Daniel – l’unico con cui riuscivo a comunicare era uno dei cappellani che, fuori, coordinava anche una comunità d’accoglienza. Chiesi al giudice di sorveglianza di poter andare a vivere lì e, due anni dopo la richiesta, mi fu concessa quest’opportunità».

In comunità, viene accolto con simpatia e fiducia e, per la prima volta, trova qualcuno che crede in lui, nella sua capacità positiva di scelta. Ma finito di scontare la pena, ritornando nell’ambiente dove era cresciuto, ricomincia a delinquere.

«Per un altro reato, questa volta, si aprirono per me le porte di San Vittore, il carcere degli adulti. Sei mesi durissimi, durante i quali, ho davvero toccato il fondo».

È in quel momento così duro per lui che avviene un incontro fondamentale: un’anziana volontaria di San Vittore gli mette in cuore il desiderio di riprendere gli studi.

«Terminati i sei mesi, chiesi di nuovo di poter tornare in comunità. Non ero obbligato dalla legge, ma sentivo che avevo bisogno di un nuovo periodo di riflessione e di crescita».

Il sacerdote accetta e, pian piano, le cose cominciano a cambiare.

«Oggi, vivo in comunità con un senegalese, un marocchino e un russo. Imparo molto dal condividere la vita con giovani di culture e religioni diverse dalle mie…» confessa Daniel «Sono stati quattro anni incredibili, dove ho scoperto con stupore un altro me. Sono tornato a scuola. Ho cambiato percorso di studio, terminando con la maturità la scuola superiore che avevo interrotto con l’arresto, cinque anni prima. Ora sto sostenendo gli esami del terzo anno all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nella Facoltà di Scienze della Formazione».

E poi, scende più in profondo: «Oggi, comprendo che per educare i giovani alla fede occorre innanzitutto permettere loro di ritrovare le domande perdute. Non è possibile alcun discernimento se stai sempre con chi ti somiglia. Solo il confronto col diverso, aiuta a conoscersi meglio e incoraggia scelte autentiche fuori e dentro la Chiesa».

Daniel chiude la sua testimonianza con un appello a papa Francesco e ai padri Sinodali: «Non dimenticatevi di noi, durante questo Sinodo, di quei giovani che per un misterioso disegno della vita hanno conosciuto l’abbandono, il carcere, la solitudine. Noi, proprio per i nostri sbagli, per tutte le sofferenze provate e per l’esperienza di cambiamento che stiamo vivendo, possiamo essere un dono anche per altri giovani. Fateci incontrare un Vangelo vivo, che si esprima attraverso il volto di persone vere e felici, come quelle che ho incontrato io negli ultimi anni. Ringrazio Dio per la loro testimonianza silenziosa e quotidiana, che mi ha affascinato e attratto al Bene e al Bello».

 

 

 

 

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