Noi siamo con voi

Torino

La marcia è nata spontaneamente da alcune realtà cittadine, incontrando poi l’appoggio del neonato Comitato per i diritti umani della Regione Piemonte, fortemente voluto e presieduto da Mauro Laus, Presidente del Consiglio Regionale, del Sindaco Piero Fassino e del Comitato Interfedi.  

Una marcia senza bandiere e senza slogan, come hanno voluto gli organizzatori, tra cui spiccano i nomi di Giampiero Leo, Younis Tawfik, scrittore e giornalista iracheno, Bruno Geraci, giornalista e Claudio Torrero di Interdipendence. L’unica eccezione è per il grande striscione che apre il corteo e che riporta il titolo scelto per la manifestazione: “Noi siamo con voi”.

NOI è rappresentato dal lungo elenco delle realtà cittadine che hanno aderito alla manifestazione: c’è il Sermig, che ha messo a disposizione gli spazi per la parte conclusiva della manifestazione, ci sono realtà laiche e i rappresentanti della più significativa associazione interreligiosa a livello mondiale, Religions for Peace. E poi i rappresentanti delle chiese cristiane seduti uno accanto all’altro: cattolici, valdesi, ortodossi. Non mancano le espressioni della nonviolenza gandhiana, il mondo imprenditoriale, le organizzazioni dei lavoratori, associazioni giovanili e femminili. E poi ci sono i rappresentati di comunità che hanno conosciuto nella loro storia l’esperienza della persecuzione, come quella ebraica, rappresentata dal Rabbino della Sinagoga di Torino e quella dei mormoni.  Ci sono poi rappresentanti delle tradizioni orientali, delle diverse tradizioni buddiste, la comunità Baha’i.
C’è, soprattutto, una nutrita e significativa rappresentanza del variegato mondo musulmano torinese, le associazioni, gli Imam delle mosche cittadine e i Giovani Musulmani. 

VOI sono invece tutte le persone che nel mondo vengono perseguitate, con un riferimento speciale a quelle per causa di guerre di religione. «Nessuna guerra può essere in nome di Dio», si sentirà riecheggiare nella seconda parte della serata in cui viene presentato il manifesto de elaborato e sottoscritto dai promotori della serata, a cui fanno seguito brevi testimonianze di solidarietà portate da diverse realtà. Ogni intervento, pur mantenendo l’originalità e la specificità delle realtà da cui arrivava, sembrava avere un unico comun denominatore: l’impegno di solidarietà verso le vittime delle persecuzioni unito al desiderio di un impegno concreto a trovare strade di dialogo e di speranza perché si possa non assistere a quella che è stata chiamata, ricordando le parole di Papa Francesco, la “terza guerra mondiale”.

Accorato è stato l’appello che Tawfik ha lanciato ai suoi fratelli musulmani di uscire da quella divisione interna che ha chiamato “zona grigia”. «È ora di dire basta – ha detto – e di fare in modo che questa sia l’ora della riconciliazione tra le varie moschee e realtà musulmane», rilanciando ad un impegno maggiore e ad un lavoro per la città sentendosene parte attiva in quanto cittadini.

Gli ha fatto eco Mohamed El Bahi, presidente dell’Associazione Islamica delle Alpi: «L’unico impegno e l’unica lotta che ha un senso condurre per il musulmano è quella per la pace, con Dio, con sé stesso, con gli uomini e con la natura. Siamo qui per dire alle nostre sorelle e ai nostri fratelli che soffrono nel mondo per via del loro credo o delle loro idee che siamo con voi, che siamo voi. Siamo le cristiane e i cristiani perseguitati in Iraq, in Siria e altrove; siamo le musulmane e i musulmani perseguitati in Repubblica Centrafricana, in Birmania e altrove; siamo qui per dare voce alla vostra sofferenza, siamo qui insieme per riaffermare la nostra comune appartenenza alla famiglia umana».

Forti anche le parole di Mons. Nosiglia, arcivescovo di Torino che si appresta ad accogliere tra pochi giorni Papa Francesco: «La libertà religiosa è un diritto inalienabile e universale proprio di ogni persona che decide liberamente di professare una qualsiasi fede seguita dalla propria coscienza ed è sancito in tutte le carte internazionali dei diritti dell’uomo. Quando anche solo una persona non può usufruire di questo diritto e viene ostacolata e addirittura uccisa se lo esercita, tutti gli uomini e donne di buona volontà e di ogni religione, credenti e non, sono chiamati ad alzare la voce per prendere le sue difese e operare concretamente perché ciò non avvenga».

Se la serata si era aperta sottolineando i sentimenti di orrore, sconcerto ed indignazione verso il male a cui assistiamo nel mondo che avevano scaturito l’impellente necessità di non poter tacere e di manifestare il proprio dissenso verso qualsiasi tipo di persecuzione in nome di una religione, diametralmente opposti sono i sentimenti con cui la serata si è chiusa, nel segno tangibile della speranza di germogli di un dialogo possibile, di un piccolo passo compiuto contro la violenza e le persecuzioni, verso una cultura di pace e unità che sappia rispettare il “diverso”. Una strada che può essere costruita, come è stato sottolineato in un intervento, solo se sappiamo mettere in rilievo il “noi”.

È lo stesso auspicio contenuto anche nel manifesto elaborato e sottoscritto dai promotori della serata: «Ecco perché siamo qui. Perché solo così si ricomincia a essere credenti. È attraverso il nostro personale impegno che la vita si rinnova».

 

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