Noa, resta lo sconforto

La diciassettenne olandese si è lasciata morire di fame e di sete. Si poteva fare qualcosa per aiutarla?

Con il passare delle ore, ha preso una diversa connotazione la notizia diffusa nella giornata di martedì dalle agenzie di stampa e ripresa dai quotidiani online (e alle cui fonti si faceva riferimento nel mio commento pubblicato da Città Nuova, non molto diverso dai tanti altri che hanno aperto i diversi quotidiani online di qualsiasi orientamento) .

Noa non è morta di eutanasia, ma si è “lasciata morire” di fame e di sete. È stata “accompagnata” nelle ultime settimane ed è deceduta a domicilio.

La rettifica è quindi doverosa, se davvero è andata così. Ma non è un sollievo, perché una ragazza di 17 ha deciso di morire per il trauma insanabile di ripetuti stupri. Basterebbe questo. Ma non è solo questo.

Non è stato un sollievo leggere la prima dichiarazione dell’Ente ministeriale che in Olanda si occupa di verificare l’appropriatezza dei casi di eutanasia, in cui si precisava che erano in corso approfondimenti, ma che il “problema” non era l’eutanasia (perfettamente lecita nella legislazione olandese in caso di minori e in caso di sofferenza esclusivamente esistenziale), ma era verificare se fossero state seguite “le corrette procedure”.

E non è un sollievo sapere che una prima domanda di eutanasia non era stata accolta perché bisognava tentare “tutte le cure del caso”. Quali cure sono effettivamente seguite al pronunciamento? Solo farmaci e ricorso a nutrizione forzata? Non lo sappiamo, ma di certo non hanno saputo dare una risposta alla “domanda vera” di Noa.

E infine non è un sollievo sapere che negli ultimi dieci giorni Noa è stata accompagnata dalla cure palliative. È un tema da specialisti, ma in questo accompagnamento c’è tutta la differenza fra il modello internazionale che propone cure palliative “integrate” con le altre specialità in tutte le fasi delle diverse malattie, e il modello belga e olandese –di cui si dibatte sempre di più anche in Italia- di cure palliative “integrali”, che prevedono cioè di potersi completare con suicidio assistito e eutanasia.

Sembra un gioco di parole, ma non lo è: “integrate” vuol dire cure palliative che arrivano prima che sia troppo tardi nelle storie di sofferenza, che si affiancano, a volte solo nei momenti più critici di lunghi percorsi di cura e guarigione, con il proprio patrimonio di approccio multidisciplinare al “dolore globale” (fisico, psicologico, sociale e spirituale). E che quindi avrebbero forse potuto “far qualcosa” –non da sole, ma accanto agli psicologi e psichiatri– nella drammatica vicenda di Noa e della sua famiglia. “Integrali” vuol dire cure palliative che possono prendere in carico una persona anche solo con il deliberato intento di aiutarla a morire prima del tempo.

Un’ultima considerazione: fino a ieri mattina, quasi tutti i commenti erano sgomenti. Anche su giornali spesso favorevoli all’eutanasia come “diritto civile”. Ricordiamoci allora che la notizia era perfettamente verosimile nell’ambito della legislazione olandese. Probabilmente nei prossimi mesi in Italia ci sarà una forte campagna di opinione “pro-eutanasia”, di cui ci sono già segnali  evidenti. Ricordiamoci di questo sgomento, perché le opinioni si manipolano in fretta. E tutto potrebbe cambiare molto più rapidamente di quanto possiamo immaginare.

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