Natalità e crollo demografico. Una svolta culturale

Al di là dei modelli e degli strumenti per una fiscalità giusta, nel nostro Paese è necessario un cambiamento di prospettiva. Intervista a Matteo Rizzolli, docente di politica economica all’università Lumsa di Roma

Gioca a tutto campo il Forum delle associazioni familiari con una serie di presentazioni del #pattoxnatalità che interpella diversi interlocutori, anche quelli che finora hanno prestato poca attenzione o visto con pregiudizio ogni riferimento a strumenti fiscali come il quoziente familiare e le sue declinazioni.

Per entrare nel merito delle questioni abbiamo rivolto alcune domande a Matteo Rizzolli, professore associato di politica economica all’università Lumsa di Roma, appartenente  al gruppo di lavoro che ha preparato la stesura del patto per la natalità proposto dal Forum delle associazioni familiari.

Qual è la stima reale dell’andamento demografico degli italiani?

Cominciamo con il dire che i demografi non prevedono il futuro. Però possono dirci che cosa succederà alle dinamiche della popolazione se saranno verificate certe ipotesi. Ad esempio, nel suo recente studio per il futuro demografico del paese, l’Istat stima per il 2065 uno scenario“intermedio” nel quale la popolazione italiana potrebbe calare di 8 milioni di unità, ipotizzando un’immigrazione di centocinquanta mila persone all’anno, di un allungamento ulteriore dell’aspettativa di vita fino a 88 anni ed un tasso di fecondità in sensibile rialzo a 1,6 figli per donna; uno scenario comunque ottimista, verrebbe da pensare.

Quali strumenti di conoscenza sono accessibili a tutti?

I numeri che i demografi dell’Istat macinano con i loro simulatori sono oggi accessibili a tutti. Basta usare ad esempio questo simulatore messo a disposizione dall’istituto demografico francese (http://ined.fr/en/everything_about_population/population-games/tomorrow-population/) e basato su dati delle Nazioni unite per fare qualche scenario futuribile. Ad oggi ad esempio io non riesco a condividere l’ottimismo dell’Istat circa il tasso di fecondità e l’allungamento dell’aspettativa di vita che invece l’anno scorso è addirittura calata. L’immigrazione poi è un processo talmente complesso che per ora preferirei lasciarlo da parte. Quindi simulando l’evoluzione della popolazione italiana, mantenendo costante l’aspettativa di vita di oggi (82,8 anni), il tasso di fecondità (1,34 figli per donna) e ipotizzando un saldo di immigrazione/emigrazione pari a zero ci troviamo di fronte ad uno scenario apocalittico. Non uso il termine a caso.

Addirittura apocalittico?

Non saprei come altro commentare questi numeri: in questo scenario infatti nel 2065 la popolazione sarebbe di poco superiore ai 35 milioni di persone con un crollo di oltre il 40% che equivale alla scomparsa di tutti gli abitanti di Piemonte, Puglia, Toscana, Calabria, Sardegna, Liguria, Marche, Abruzzo, Friuli VG, Trentino-AA, Umbria, Basilicata, Molise e Valle d’Aosta. Nel 2117, tra cent’anni, la popolazione italiana si ridurrebbe a soli sedici milioni di persone, ovvero un calo del 75%. L’unico commento a questi numeri che mi sento di fare lo rubo il titolo al titolo di un blog molto bello di cui consiglio a tutti la lettura: Demography is destiny .

Siamo sempre in difetto nei confronti con la Francia in termini di indici di natalità.  Da cosa nasce questa disparità?

Prima di rispondere alla domanda vorrei fare una premessa. Per molti anni la Francia ha avuto indici di fecondità che superavano i 2 figli per donna che è la soglia che garantisce la stabilità demografica. Ma questo era anche il livello degli Stati Uniti. Altri Paesi del Nord Europa avevano indici appena sotto la soglia. Ecco, in tutti i Paesi occidentali, con l’unica eccezione di Israele, i tassi di fecondità sono calati negli ultimi anni. Anche la mitica Francia è ormai sotto la soglia del 1,9 figli per donna. La Svezia, la Danimarca e tutti gli atri Paesi sempre elevati a modello stanno messi peggio con tassi intorno all’1,5 e 1,7. Intendiamoci: questi tassi sono molto meno preoccupanti del nostro. A quei ritmi il declino demografico è un fenomeno gestibile. Però sempre di declino si tratta. Perché fare questa premessa? Perché io ritengo fondamentale che l’Italia guardi agli altri Paesi ed impari a fare buone politiche per la natalità, però non illudiamoci che questo risolva il problema; serve certamente a rendere più gentile il declino. In particolare dalla Francia dobbiamo importare il modello fiscale che, attraverso il quoziente familiare, di fatto rende il fisco più a misura di familia. Questo è un tema su cui il Forum delle associazioni familiari insiste sempre molto. Infine, c’è anche qualcosa del modello francese da evitare assolutamente: oggi in Francia più del 50% dei bambini nascono fuori dal matrimonio (in Italia siamo ancora a meno del 30%). Questo è un problema perché i bambini che nascono fuori da un contesto matrimoniale sono più a rischio di povertà ed in media sono destinati ad una vita più “difficile”.

Cosa vuol dire, da economista, una riforma strutturale a favore del desiderio di natalità?

Da economista non voglio sottovalutare tutte le misure che possiamo attuare a favore della natalità. Si possono fare misure fiscali come il “Fattore famiglia” proposto dal Forum; si possono fare misure di diritto del lavoro come i congedi parentali più estesi ed obbligatori anche per gli uomini, una legislazione più favorevole al part-time ed allo smart-working; si possono attuare misure di welfare aziendale per aumentare la conciliazione tra vita genitoriale e lavoro e così via. Ma non vi nascondo che sono scettico sulla reale e definitiva risolutività di queste misure.

Perché è così scettico?

Mi limito a guardare ai Paesi modello dove tutte queste misure sono sostanzialmente già realtà: ovvero i Paesi scandinavi. Li i tassi di fecondità sono meno drammatici dei nostri, ma pur sempre segnano il passo. È quindi importante condurre delle battaglie per far passare queste misure e come economista mi troverete sempre in prima linea su questo fronte ma credo che per vincere davvero la sfida demografica non basti la politica economica. Nel lungo periodo la sfida demografica verrà vinta solo facendo riscoprire la bellezza e la ricchezza di senso che la costruzione di una famiglia, che pur costa tanta fatica quotidiana, da all’esistenza delle persone. Con il nostro gruppo di ricerca alla Lumsa abbiamo cominciato a lavorare sui dati dell’Istat scoprendo ad esempio che i legami familiari solidi non solo aumentano diverse misure della felicità, ma hanno anche funzionato da cuscinetto ed elemento di protezione nel crollo generale degli indici di felicità che è seguito alla grave crisi economica del 2008-2010.

 

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