A Natale si può fare

Un pomeriggio di condivisione con una realtà lontana dalla nostra "normalità" dalle parole di un nostro caro collaboratore
Foto Carlo Lannutti/LaPresse

25 dicembre. Condiviso il pranzo natalizio in un ambiente familiare “normale”, accolgo da Sandro l’invito per il pomeriggio a far visita ad alcuni amici di un giro che, secondo certi canoni, proprio normale non sarebbe. Appartengono all’etnia Rom e vivono non accampati, ma un gradino più su: in un piccolo agglomerato di palazzine lontane dall’abitato, lasciate libere dai primitivi occupanti e ora in totale degrado. La prima visita è al capofamiglia, ammalato in stato terminale ormai stabilmente allettato. Squallida è la stanza, ma animata da numerosi figli e nipoti venuti a trovarlo. Noi abbiamo portato spumante e panettone, ma anche loro si fanno in quattro per offrirci qualcosa. Accoglienza semplice e cordiale. Qui, dove non c’è nulla di regolare (figli di convivenze, alcuni in carcere, altri che già ci sono stati, bambini affidati a case famiglia…) nessuno prova a mostrarsi per quello che non è: verità che è umiltà.

Uno di loro, un giovane papà, ci invita al suo alloggio al piano di sopra: anche lì povertà e mobilia rimediata. L’ancor più giovane madre della loro piccola (ma lui è padre di altri 5 figli avuti da un’altra donna, ora sistemati altrove dai servizi sociali) ricambia il nostro panettone con dolci di sua produzione. Il nostro amico, che nel frattempo ha armeggiato con uno smartphone collegato a delle casse, ci fa ascoltare ad altissimo volume una canzone di Nino Fiorello che evidentemente esprime le sue aspettative per il futuro. Ricorre una frase: «A Natale si può fare, per provare un po’ tutti a cambiare».

Cambiare: è proprio l’invito fatto dal papa nella sua omelia alla messa di Natale, quando ricordando «il dono che è Gesù», ha affermato che «noi cambiamo, la Chiesa cambia, la storia cambia quando cominciamo non a voler cambiare gli altri, ma noi stessi, facendo della nostra vita un dono». Cambiare: un terno al lotto per uno come il nostro amico disoccupato, che s’arrangia per vivere e si strugge per quei figli lontani che crescono senza genitori. Ma nonostante ciò, non lo vediamo sfiduciato e abbattuto. Prevale la gioia per la visita con cui abbiamo provato a condividere qualcosa della sua vita, e con essa la speranza che «a Natale si può fare».

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