Natale, in attesa di chi?

Abbiamo aspirazioni comuni? Verso dove siamo protesi?Le festività come occasione di ricerca collettiva.
Natività
Dimmi cosa aspetti e ti dirò chi sei. Sembra davvero il tempo giusto per una verifica del genere. Natale è preceduto dall’attesa. Da un’attesa che trova compimento in quel giorno che ha diviso in due la storia, nell’irruzione del Figlio di Dio nella vicenda umana.

Saper attendere è un’arte impegnativa, sempre meno praticata, in questo tempo contraddistinto dalla velocità. Anzi, dalla fretta. Nessuno vuol perdere tempo, com’è giusto, ma è altrettanto vero che la vita non può soggiacere all’imperativo categorico del “Tutto e subito”, che domina come una divinità le giornate e i pensieri di noi occidentali.

Quando si poggiano i piedi sul continente africano con in testa programmi e orari, poco dopo ci viene ricordato con garbo da qualcuno del posto che «Voi avete l’orologio, noi abbiamo il tempo». Quanta saggezza! Resta proprio vero che il tempo comprende anche l’attesa.

 

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza», ha ricordato Benedetto XVI il 28 novembre scorso all’Angelus, nella prima domenica d’Avvento che apre il cammino verso il 25 dicembre. Ed ha aggiunto un particolare, quasi un criterio di giudizio: l’uomo si riconosce dalle sue attese: «La nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo».

Natale, dunque, può aiutare a domandarsi: «Io, che cosa attendo?», o, per dirla con il papa: «A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore?». Non solo: «Questa stessa domanda si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione». Oh, sì, in questo delicato momento bisogna salire sino alla dimensione di nazione, di Paese, di quel Noi che si riconcilia con il Bene comune e supera gli interessi particolari. «Che cosa attendiamo, insieme? – sollecita ancora Ratzinger – Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna?».

 

Quesiti scomodi, ma inevitabili. Utili a non farsi catturare, nello scenario natalizio, dalla logica dei consumi o dal rimpianto dei consumi precedenti la crisi. Negli ultimi tre anni le famiglie italiane – segnalano le più recenti ricerche – hanno ridotto gli acquisti di 18 miliardi di euro (dati Cgia Mestre). Colpite soprattutto le regioni del Centro-Sud, Marche (- 8,1 per cento), Calabria, Campania, Lazio, Umbria, sino alla Puglia (- 6,2). Disoccupazione e cassa integrazione, da una parte, bollette, affitti e mutui, dall’altra, hanno tolto a tante famiglie, ad incominciare da quelle numerose, tante intenzioni di spesa.

In prossimità del Natale, siamo andati a Campobasso, le cime attorno innevate, per incontrare mons. GianCarlo Maria Bregantini, arcivescovo dal gennaio 2008, dopo 14 anni nella Locride. A fine maggio l’assemblea dei vescovi l’ha eletto presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro. Aveva ricoperto l’incarico dal 2000 al 2005: la riconferma manifesta il gradimento crescente da parte dei presuli.

 

Si preannuncia non solo un Natale povero per le ristrettezze economiche, ma anche un povero Natale, ridotto ad occasione per un’abbuffata di consumi che risollevi l’economia nazionale.

«Il segno triste di questo è ormai la teorizzazione dell’apertura permanente dei negozi per cercare di rianimare l’economia. In realtà, la prospettiva è quella di un suicidio collettivo, perché i soldi non devono andare solo per i consumi ma anche per gli investimenti su ciò che è duraturo: i libri, la cultura, la casa, i trasporti, le cose autentiche. E poi va considerato che in questa logica si brucia la famiglia, perché non è più il luogo in cui la gente può restare, ritrovarsi, dialogare».

 

Cosa serve prospettare?

«L’auspicio che faccio è che tornino nelle case le partite a dama, quelle a carte, il gioco dell’oca. Possono sembrare proposte un po’ nostalgiche, ma credo che siano invece segni che si possono ancora recuperare. Le famiglie infatti sono chiamate ad abituare i ragazzi non solo a consumare, ma anche a stare insieme, a vivere feste comuni, a condividere i grandi momenti come le festività di Natale».

 

Quale opportunità può offrire questo Natale ad un’Italia tanto timorosa del futuro?

«Credo che un’indicazione preziosa ce l’abbia data il Vangelo della prima domenica di Avvento. Gesù racconta: “Come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, compravano e vendevano, prendevano moglie e marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti”. Ebbene, il rischio che si corre oggi è quello di una vita senza gusto e senza sapore, e senza progettualità. È una condizione peggiore del fatalismo, della logica del destino, perché diventa superficialità che impedisce di trovare luce e speranza. “Non si accorsero di nulla”. È l’incoscienza totale».

 

Come rimediare?

«Con l’impegno costante a vigilare, ad attendere. Ce l’ha ricordato la bellissima omelia pronunciata dal papa in apertura del periodo d’Avvento: si attende se si ama, se si ama si attende; chi attende spera e chi spera guarda avanti. Questi sono i grandi segni. Spetta allora a noi riempire di contenuto positivo questi momenti critici che stiamo vivendo, evitando di restare schiacciati sotto i fatti di cronaca e diventare consapevolmente maturi dentro situazioni di coraggio e di luce».

 

Lei ha parlato di incoscienza. Una condizione davvero collettiva per il nostro Paese?

«“Non si accorsero di nulla”. Mai come quest’anno ho sentito vera questa frase. Anche il “compravano e vendevano” non è da meno. L’espressione è emblematica della superficialità con cui viviamo anche in prossimità di feste che invitano a interrogarsi sulle scelte quotidiane.

«In mezzo a questo c’è, drammaticamente in senso opposto, la storia di Asia Bibi, questa contadina che resiste alle pressioni delle colleghe di lavoro, perché è afferrata da Cristo e resta afferrata a Cristo. Perciò, paradossalmente, il Natale vero ce lo fa vivere chi è perseguitato. L’esempio più penetrante, insomma, non ci viene dai grandi momenti culturali o liturgici, ma dalle vicende di chi vive il dolore e il dramma dell’oppressione.

«Ricominciamo allora dalla “A” – A come Asia Bibi –, da chi vive l’esperienza della persecuzione, ma non molla. Un modello di vigilanza in tempo di Natale».

 

 

Uno stile di vita natalizio

 

Attingiamo al libro-intervista da poco uscito “Il nostro Sud in un Paese (reciprocamente) solidale” per presentare alcune risposte di mons. Bregantini ricche di spunti per una vita più autentica.

 

Accoglienza e ospitalità

Allora testimoniare il Vangelo vorrà dire prima di tutto educare partendo dai problemi e dalle fatiche, perché fondato su un ingresso coraggioso dentro i problemi. Vorrà dire aumentare la logica dell’accoglienza e dell’ospitalità, che rischia di venir meno, davanti alle discutibili politiche dei respingimenti in mare o dell’allontanamento forzato dei rom. La solidarietà evangelica ha logiche ben più grandi di quelle politiche. Solo se vengono coltivate queste frontiere di solidarietà e di reciprocità, sarà possibile educare i nostri ragazzi a sconfiggere certi veleni pericolosissimi che vengono anche dal leghismo, cioè da quelle mentalità che escludono l’altro, nella difesa esasperata della propria tipicità, limitando e appannando la reciprocità.

 

Far amare la propria terra

Qui nel Sud il compito decisivo è quello di far amare questa terra. Un’operazione difficile, che può raggiungere soddisfacenti risultati solo se c’è il concorso di tre soggetti, di tre agenzie educative: la famiglia, la scuola e la parrocchia. In buona sostanza, c’è bisogno della mamma, della maestra e del parroco. Se lavorano in sintonia e in sinergia, il resto lo farà la tecnica e l’imprenditoria. Ma è indispensabile che la scuola faccia conoscere di più storia, caratteristiche e ricchezze della propria terra, mentre al vescovo spetta di farla amare con passione, e alla famiglia di rendere vitale e quotidiana la sintesi tra conoscenza e passione.

Far amare la propria terra significa farla sentire bella come una sposa, significa far capire ai ragazzi e ai giovani che vivono in un giardino donatogli da Dio e non in una zona inospitale. Se la Chiesa è tenace in questo annuncio e dà al riguardo una trasparente testimonianza, i giovani ameranno il proprio Sud come una sposa e non come un’amante. Solo lo sposo è fedele e cambia la propria vita per amore; l’amante, invece, prende, usa, sfrutta e butta via. Chi siamo noi, sposi o amanti?

 

I nemici della speranza

Il primo nemico è la disperazione che si fa scoraggiamento, quell’eterno “ormai” delle cose quotidiane, anche nel cuore di noi vescovi e sacerdoti, oltre che di tanta gente. Ma l’opposta tentazione alla speranza è la presunzione, cioè il rinchiudersi in un’artificiosa sicurezza che diviene altezzosità, giudizio nei confronti degli altri, sbrigatività con tutti, mancata apertura e comunicazione fino alla comunione spirituale, insufficienti disponibilità e collaborazione con chiunque.

Il testo dell’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI va letto come una grande preghiera sulla speranza per poter poi vivere con speranza. Perché non basta parlare di speranza. È troppo poco anche per noi sacerdoti. È il vivere con speranza che ci caratterizza, con quel tono di voce che ti rende entusiasta mentre celebri, con quella parola suadente mentre predichi, con la mano vicina al letto del malato, con lo sguardo paterno verso il ragazzo che chiede futuro. Parafrasando un noto passo, la speranza non è un “verbo”, ma un “avverbio”. Non è tanto, cioè, cosa fai, ma quello stile che metti nelle cose che fai. Insomma, c’è modo e modo anche di servire un caffé.

 

Povertà e libertà

Oggi la Chiesa benedice la perdita dei privilegi, perché l’ha resa più libera, e la libertà dà anche la chiarezza della testimonianza di fede, per cui povertà, libertà e fede formano un triangolo sempre più unito, come esemplificava Rosmini. Però si parte dalla povertà. Se c’è un tenore di vita sobrio, se permane un legame costante con le problematiche vitali della popolazione, allora io do all’esperienza della Chiesa quella forza interiore che sempre avrà e che è data dalla capacità di mantenersi liberi. Liberi poiché poveri. La povertà non è la virtù finale, ma la virtù cardinale: io da lì parto per. Io non vedo la fede di un prete, ma noto il suo stile di vita, e il suo stile di vita mi testimonia la sua libertà interiore. Forse oggi bisogna recuperare la prima parte del triangolo, la povertà.

 

Cristo è già arrivato

Il lavoro in fonderia a Verona per due anni più il periodo a Porto Marghera mi hanno aiutato a non aver paura degli ambienti. Lì ho incontrato il mondo dei preti operai, anche se io ero studente. Dietro la loro esperienza c’era un modo diverso di porsi nei confronti degli altri. Perché, in genere, cosa fa un sacerdote quando si imbatte in un ambiente difficile? Quasi lo aggredisce, mentre i preti operai ci hanno insegnato a non aver paura e a nutrire stima delle persone che lì si trovano, perché Cristo è arrivato prima del sacerdote.

Non è certo il caso di presentarsi come un missionario che dice: «Ti evangelizzo, povero miscredente, e ora ti battezzo». Piuttosto c’è da avere un’altra convinzione: «Io so già che nel tuo cuore c’è un pezzetto di Dio, c’è già una bella luce. Nel tuo sudore c’è già il sudore di Nazaret, le tue mani sono le stesse mani di san Giuseppe. Tu, ragazza che lavori, hai le stesse ansie di Maria».

Allora anche oggi l’atteggiamento della Chiesa non è all’insegna dell’«Io ti porto la verità», ma dell’«Io so già che dentro di te c’è la verità, con te la scopro e ti aiuto a renderla più bella». Nella stagione che stiamo vivendo, queste cose bisogna proprio dirle, altrimenti sembra che l’Italia sia composta di un mondo di atei e di un mondo di credenti che vanno all’assalto dei primi. La realtà è che siamo tutti credenti in ricerca: chi arriva prima e chi arriva dopo. Chi arriva prima aiuta gli altri, ma tutti siamo fondamentalmente cercatori di Dio. Anche questo ho imparato dal mondo del lavoro.

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