Secondo i dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sono oltre 5,4 milioni gli afghani rientrati nel proprio Paese dal 2023, quando le nazioni vicine, in particolare Iran e Pakistan, hanno adottato misure più severe di respingimento dei migranti.
«Quest’anno sono già più di 160.000 gli afghani tornati dal Pakistan, e i movimenti potrebbero aumentare notevolmente una volta riaperto il confine», ha comunicato a marzo di quest’anno il rappresentante dell’Unhcr per l’Afghanistan, Arafat Jamal. Per quanto riguarda l’Iran, sarebbero stati 110.000 nel primo trimestre del 2026.
I ritorni in Afghanistan, forzati dalle condizioni (difficoltà economiche, mancato rinnovo del permesso di soggiorno, rischio di detenzione…) o come risultato delle espulsioni da parte dei Paesi di arrivo, hanno messo in crisi le già fragili condizioni socioeconomiche dello Stato governato dai talebani. In particolare, si riscontrano forti difficoltà abitative, con agglomerazioni nelle periferie urbane in condizioni di salubrità deplorevoli. Inoltre, l’Onu stima che quasi la metà della popolazione ha bisogno di assistenza umanitaria.
La pressione migratoria si aggiunge ai minacciosi rischi ambientali e alla già esistente vulnerabilità strutturale. Le Nazioni Unite chiedono la collaborazione urgente e a lungo termine della comunità internazionale al fine di ridurre l’instabilità e permettere una reintegrazione sostenibile in Afghanistan, un Paese nel quale non tutti coloro che “ritornano” hanno vissuto prima (ad esempio i migranti di seconda generazione).
In tutto ciò, è opportuno contare sulle persone arrivate quali risorse utili allo sviluppo del Paese e non guardarle unicamente come richiedenti aiuto.
