Mozart la trilogia della vita

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Ci sono artisti – rari – che possono toccar tutto, senza sporcarsi le mani. Grazie ad una fondamentale innocenza, che consente quel distacco dalla materia trattata per cui levita in essa la “grazia” più che ogni altra cosa. Forse è questo che rende così affascinante Mozart, specie per i giovani? Lo si direbbe, osservando l’Argentina “tutto esaurito” anche per loro merito, dal 18 al 31 dicembre durante l’intera Trilogia “italiana” della coppia Mozart-Da Ponte: premiato il rischio di Enrico Castiglione, scenografo regista e ideatore, venuto così a colmare un vuoto oggi inconcepibile; col regalo di uno spettacolo di teatro nel teatro, gustoso, anche ingenuo: ma svelto e leggero come la musica mozartiana. Mozart infatti accenna, sfiora la commedia, il dramma, l’umanità insomma, lasciando nell’animo sempre la serenità. Sia nell’erotismo superbo e autodistruttivo di Don Giovanni, nella ridda dei rapporti equivoci delle Nozze o nel cinismo in Così, Amadeus tratteggia un mondo percorso da quell’amore che è moto, creatività, vita. Quindi anche gioia, lacrima, divertimento, palpito. Un’ispirazione quasi sempre altissima – anche nel pur “manierato” Così – è in grado di assicurare una temperatura sentimentale e artistica eccezionale, anche in forza dell’astuto meccanismo teatrale che mai concede momenti di stanca: la musica, gemmando come fiore da fiore da e su sé stessa, elimina ogni bassezza umana. La Trilogia diventa, alla fine, messaggio di pace, di giustizia, di generale bisogno di “perdono”. Un’orchestra giovane e fresca diretta con passione da Boris Brett (Nozze), Paolo Ponziani Ciardi (una rivelazione, per fantasia, e colore in Così) e Michael Halasz (Don Giovanni) ed un’affiatata compagnia di canto, hanno presentato un’edizione realmente apprezzabile. Nel ricco cast, spiccavano la cristallina Rossana Potenza (Susanna e Zerlina), il Figaro impetuoso di José Fardilha; la vivacissima Despina di Daniela Mazzuccato e un basso nobile come Riccardo Novaro (Guglielmo). Accanto, due leoni come Rolando Panerai (un don Alfonso ancora in forma, e scenicamente brillante) e Renato Bruson, don Giovanni di classe, dal bel canto (anche se non propriamente mozartiano). Buono il coro lirico- sinfonico romano diretto da Stefano Cucci. Una regia agile, un lavoro convinto di équipe hanno fatto affollare il vecchio teatro, tornato ai suoi trionfi operistici; e invitato gli altri teatri – quelli più “importanti” e più “costosi” – a rischiare di più con i giovani. Mozart insegna: è possibile.

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