Il libretto in due parti è di un fine intellettuale, il cardinale Benedetto Pamphilj e la musica nel 1707 del giovane sassone Georg Friedrich Haedel, un lavoro poi rifatto altre tre volte e da lui molto amato. Il significato dell’oratorio è morale: la tentazione della bellezza e del piacere, della vanità e del successo è affascinante, seduttrice, ma il tempo rivela che si tratta di un inganno, perché tutto passa, anche la bellezza e la giovinezza. Il carpe diem non rimane per sempre. C’è una scelta da fare per “crescere”.
Di qui, nello spettacolo in collaborazione con il Salzburger Festspiele − l’originale regia del canadese Robert Carsen, artista poliedrico e creativo che ci immette fin dall’ouverture in un ambiente contemporaneo mediatico, tipo X Factor, concorsi di bellezza, tra discoteca, interviste televisive, filmati, sfilate di moda, balletti e luci sfavillanti in una frenesia del tempo che fugge, dove le mille lusinghe del successo e del piacere si manifestano con una voracità senza un attimo di pausa. La bellezza e la giovinezza dureranno per sempre, sembra, ed è difficile scegliere una via diversa.

Johanna Wallroth durante le prove. Ph. Fabrizio Sansoni.
Un simile allestimento potrebbe sembrare lontanissimo dallo spirito del libretto e della musica, invece, per chi conosce il mondo barocco, esso appare coinvolgente e corrispondente alla contemporanea sensibilità neo-barocca degli spettacoli. La fortuna sta che le grandi arie o gli “insieme” avvengono senza luci pesanti ma sono pause di incantamento musicale e canoro di straordinaria bellezza (e impegno per i cantanti, specie nell’uso dei fiati) dove l’ispirazione di Haendel vola alta, molto alta. È una tempesta virtuosistica luminosa, una ebbrezza vocale sostenuta dall’orchestra: una magia per tutti. Un esempio: l’aria “Lascia la spina” – diverrà nell’opera Rinaldo la celebre “Lascia ch’io pianga”− di levigata purezza, di indugiante luminosità, di pause musicali ricche di una chiarezza armoniosa inimitabile.

Il regista Robert Carsen durante le prove. Ph Fabrizio Sansoni.
Certo, ci vogliono interpreti adeguati: il controtenore Raffaele Pe, un virtuoso mirabile, i soprani Johanna Wallroth e Anna Bonitatibus (pur con qualche difficoltà, talora, di intonazione) e il tenore inglese Ed Lyon. Perfetti anche come attori, e non è cosa da poco visto il dinamismo della regia che coinvolge figuranti e danzatori. Assai impegnata l’orchestra del teatro diretta con attenzione da Gianluca Capuano nei tempi lenti e in quelli accesi.
La regia certo ci precipita all’interno di un mondo hollywoodiano accecante e stordente, di incantamento lussureggiante di piacere e successo. Ma è la musica, bisogna sottolinearlo, densa di fascino a rimanere impressa dopo lo spettacolo super-barocco che trova una sua bellezza oltre a quelle dinamiche nelle scene dove le luci si smorzano, la scena è muta e la musica, specie nel finale secondo ma non solo, regna sovrana, come è giusto che sia. Grande successo di pubblico.
