Il mio amico Bernardo Bertolucci

Il rapporto, prezioso, fatto di incontri e dialoghi, tra un grande del cinema e un ragazzino qualunque.

Cinefilo dall’età della ragione, ogni fine agosto-inizio settembre seguivo con passione il festival cinematografico di Venezia. Quell’anno, il ’62, ero 15enne, vennero presentate al Lido fuori concorso ben 3 opere prime italiane, dirette da registi esordienti che avrebbero, quasi tutti, fatto parlare molto di sé. Uno era Eriprando Visconti, nipote di Luchino; altri due neofiti erano i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che firmarono la loro opera, Un uomo da bruciare, insieme a un terzo collega, Valentino Orsini. Infine c’era Bernardo Bertolucci, figlio dell’illustre poeta parmigiano Attilio, che era stato aiuto regista di Pasolini nel celebratissimo Accattone.

La pubblicità si diede da fare per presentare Bertolucci come il “regista di 18 anni” (!) presente a Venezia con un lungometraggio in piena regola. Si trattava di un soggetto che il cineasta in erba aveva avuto da Pasolini, una storia di borgata nata nel solco dei temi e dell’ispirazione del maestro. Il titolo era La commare secca, che nel linguaggio di Belli – quello che i romani oggi non parlano e non conoscono più – significa la morte, a indicare il suo aspetto spettrale e cadaverico.

Ricordo che durante il festival, allora ero in villeggiatura a Varazze, scorrendo avidamente i giornali, le riviste e guardando la televisione, rimasi suggestionato e intrigato dalla figura di questo regista “presunto 18enne” (in realtà allora Bernardo, nato nel ‘41, aveva 21 anni). Parlava da affabulatore nelle interviste, si accompagnava alla già famosa Adriana Asti, aveva pubblicato sulle orme paterne un libretto di liriche dal titolo pascoliano, In cerca del mistero, e aveva preso su di sé l’eredità borgatara di Pasolini, allora apprezzata dai giovani più aggiornati e impegnati, imprimendo una svolta noir, avvolgendola d’un clima giallo e di una suspence lontani dal mondo pasoliniano. Un allievo creativo, insomma, e quasi un coetaneo per me.

Così l’inverno dopo mi buttai nel primo cinema dove davano La commare secca: il film mi impressionò ed emozionò immensamente. In quel Pasolini rivisto e corretto già apparivano l’originalità, l’estetismo decadente, sua maestà l’immagine, i movimenti di macchina da urlo, il tormento e l’estasi di un cinema che tutto il mondo avrebbe amato, fino alle 9 statuette dell’Oscar agguantate in un sol colpo per il film L’ultimo imperatore!

La mia reazione fu incontenibile. Scovai l’indirizzo di Bertolucci e gli scrissi di getto una lunga lettera, mettendoci dentro senza ritegno l’ammirazione per il suo film, l’amore per il cinema e tutti i miei (veri o presunti o amplificati) disagi e problemi di adolescente inquiet. In calce – hai visto mai? –, aggiunsi il mio telefono. Pochi giorni dopo Bertolucci mi chiamò: era rimasto colpito dalla mia lettera-confessione e aveva piacere di incontrarmi. Incredulo lo ringraziai e gli proposi di vederci a piazza san Giovanni, davanti alla statua di san Francesco. «Benissimo – fece lui –, così c’è chi ci protegge!».

San PietroArrivò con la sua Opel Kadett, mi fece salire e parcheggiò appena girato l’angolo, in via Carlo Felice, dove rimanemmo un’oretta in auto a chiacchierare. Un po’ di tutto, dai miei famosi problemi psico-esistenziali al cinema, dalla scuola alla politica, dai giovani all’amicizia, dalla sua Parma alla mia Roma, dalla letteratura alle rispettive famiglie. Di quel primo incontro con Bertolucci mi sono rimaste impresse soprattutto due cose. La sua affabilità, disponibilità e “normalità”, il suo voler parlare più di me che di lui, per darmi magari una dritta, un consiglio, aggiustarmi qualche idea su questo o quello, come poteva fare in quegli stessi anni con suo fratello Giuseppe, pure lui adolescente. L’altro ricordo indelebile riguarda il suo lavoro, parlando del quale mi disse press’a poco: «Il cinema è un ambiente violento, il set è dominato dalla violenza. Io ho cercato di prenderlo con la dolcezza, e spero di esserci riuscito».

Quando l’ho visto la seconda volta gli ho mostrato le foto che avevo scattato l’estate al mare, girando per mattinate intere con la mia Ferrania sotto l’influenza del regista Antonioni di cui avevo appena visto L’eclisse, che mi aveva folgorato.

Così il mio amico Bertolucci passò in rassegna una serie di immagini strane: saracinesche calate, finestre, lampioni accesi, muri candidi, treni merci, scogli solitari e via dicendo. «Sono fenomenologiche», disse lui guardandole una dopo l’altra attentamente. Un’istantanea gli piacque da morire: il primo piano di un binario preso all’altezza della rotaia, di profilo per così dire, con in alto un canneto e in basso il pietrisco che sta fra le rotaie. Bertolucci rimase incantato dal soggetto e dall’inquadratura e si complimentò. 8 anni dopo rividi l’immagine precisa nell’incipit de La strategia del ragno, che il regista diresse nel ’70.

Mi aveva “plagiato”, ma non me la presi e anzi ne fui fiero e contento. Non a caso lui stesso una volta in un’intervista disse che gli piaceva “scopiazzare” di qua e di là dagli spunti più diversi, compresi quelli che poteva cogliere sul set un attimo prima del ciak. Del resto quale artista non riprende, non ripensa, non ricrea… Neanche i poeti o i geni sono delle monadi.

Ci incontrammo ancora, dopo che aveva finito di girare Prima della rivoluzione, il secondo film, borghese, diversissimo dal primo. Bertolucci aveva abbandonato subito il mondo pasoliniano, gli era servito di “trampolino”, in senso buono. Quel giorno Bernardo mi diede una lezione di estetica cinematografica. Quando lui raccontò che la pellicola appena conclusa era un «film molto parlato», io imbottito di libri e di teorici della settima arte (Umberto Barbaro, Luigi Chiarini, Béla Balázs) osservai subito: «Ma è poco cinematografico!». «Eh no, sei in errore», replicò a sua volta, e giù a spiegarmi che se parlato e dialoghi non sono troppo didascalici e “informativi”, sono come un suono che fa tutt’uno con la scena, le sequenze, il montaggio, sicché il film rimane film, con la centralità delle immagini e del loro flusso non compromessa.

Un’altra volta si preoccupò molto per me e volle che gli «raccontassi tutto»: avevo lasciato la scuola, il 1° liceo al Tasso, perché, dicevo, ero in crisi. Più tardi recuperai l’anno, ma allora, il ’63, mi sentivo disorientato, e il regista famoso trovava il tempo, la voglia e il modo giusto di rapportarsi a un ragazzino sbalestrato, senza rimproverarlo, criticarlo o fargli la morale ma aiutandolo a capirsi, a crescere e a rimettersi in partita.

Roma Ansa
Roma Ansa

Questo era l’uomo, il giovane Bertolucci, la persona e il carattere (simile a papà Attilio, dolcissimo e mite, lo avrei conosciuto intervistandolo nei ’90). Al di là del suo cinema, che sarebbe diventato forse un po’ troppo erotico e trasgressivo, rimanendo però sempre geniale e “dannunziano” in senso positivo, Bernardo Bertolucci era un uomo di cuore e sensibile, non montato e tranquillo, come si è visto pure negli ultimi anni difficili sulla carrozzina. Mai un lamento, almeno davanti a una telecamera. Solo qualche sacrosanta (!) denuncia delle troppe barriere architettoniche a danno dei diversamente abili. Per esempio in Campidoglio, quando non ci poté salire e protestò pubblicamente con il sindaco.

Una volta ci demmo appuntamento a piazza san Pietro. Lui aveva un’altra macchina, una Triumph Spitfire verde, scoperta. Però era un freddo inizio di primavera e la cappotta rimase chiusa, con noi due dentro all’ombra del colonnato: nel ’64 si poteva passare (e sostare!) in auto a san Pietro. Ma in quell’occasione conversammo pochissimo. Un elegante monsignore, in talare, paltò nero e con tanto di “sombrero” peloso vide la targa di Parma ed essendo anche lui di quelle parti si chinò verso il finestrino del guidatore. Così i due “paisà” si misero a parlar fitto, escludendomi inevitabilmente.

Un pomeriggio d’estate andammo al cinema. Sì, sono andato al cinema con uno che il cinema lo faceva e ne sarebbe diventato un maestro. Emozionante, a ripensarci. Era una roba qualsiasi, al Reale, a Trastevere. Ci divertimmo, ridemmo, “ingaglioffandoci” come Machiavelli. Con tutto il suo talento sofisticato, Bertolucci era uno di quei cineasti che vanno al cinema a prescindere, perché gli piace e basta. Alla fine disse che era un film “grandguignolesco”. Intuii quello che voleva dire: la mia cultura teatrale e di spettacolo era ancora lacunosa. Lui aveva scelto un aggettivo europeo, dal Grand Guignol della belle époque.

Forse oggi, dopo esser diventato un regista anche hollywoodiano, avrebbe optato per l’americanissimo splatter. Ma, forse, oggi che è così difficile sentirsi e conoscersi pure tra parenti e vicini, l’amicizia tra un già grande, che sarebbe diventato immortale, e un ragazzino qualunqu,e non sarebbe potuta neanche nascere.

 

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