Milano, festa di Sant’Ambrogio con gentilezza

Milano. Il discorso alla città dell’arcivescovo Mario Delpini in occasione della festa del santo patrono Ambrogio del 7 dicembre mette in luce che per il servizio al bene comune è necessaria anche la virtù della gentilezza  
Milano presepe Sant'Ambrogio 2021 ph Elisabetta Grassani

A Milano il 7 dicembre è grande festa, la festa di Sant’Ambroeus. Molte sono le abitudini dei milanesi: dal decorare l’albero di Natale a casa ad andare alla fiera degli o bei o bei tornata dopo la pausa causata dalla pandemia, o ancora seguire la diretta della prima della Scala dove quest’anno va in scena il Macbeth di Giuseppe Verdi.

Un’altra consuetudine è quella del discorso alla città dell’arcivescovo Mario Delpini che durante i vespri solenni della sera del 6 dicembre nella splendida Basilica di Sant’Ambrogio a Milano chiama a raccolta tutti gli amministratori e i rappresentanti delle istituzioni della città e della regione Lombardia nonché tutti i cittadini di buona volontà credenti o non. Presenti anche i ministri delle altre chiese in Milano.

Il tema del discorso alla città quest’anno è: “con gentilezza, virtù e stile per il bene comune”.

Ma cosa si intende per gentilezza quale virtù del ben governare per la quale l’arcivescovo ambrosiano chiede l’intercessione del Santo patrono Ambrogio?

Per gentilezza non intendo solo le “buone maniere”, – così Delpini – ma quell’espressione della nobiltà d’animo in cui si possono riconoscere la mitezza, la mansuetudine, la finezza nell’apprezzare ogni cosa buona e bella, la fermezza nel reagire all’offesa e all’insulto con moderazione e pazienza.

Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, parlando della “rivoluzione della gentilezza”, ci ha invitato a recuperarla con molta determinazione (nn. 222, 223 e 224): «La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. […] Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza».

Nell’introduzione al discorso alla città l’arcivescovo Delpini sostiene che, come nella Milano di Ambrogio, anche “in questo nostro tempo confuso, di frenetica ripresa e profonda incertezza, che tende a censurare un vuoto interiore, chi ha la responsabilità del bene comune è chiamato a essere autorevole punto di riferimento con discorsi seri e azioni coerenti, con la saggezza di ricondurre le cose alle giuste dimensioni, di sorridere e di far sorridere. In un tempo di suscettibilità intrattabile e di esplosioni di rabbie irrazionali, chi ha responsabilità deve tenere i nervi saldi, esercitare un saggio discernimento per distinguere i problemi gravi e i pretesti infondati”.

E per gli operatori della comunicazione “in un tempo di clamori esagerati per minuzie e di silenzi imposti dal politicamente corretto, chi ha a cuore il bene presente e futuro del nostro convivere ha il dovere di cercare informazioni affidabili e documentazione onesta, per evitare clamore e distrazioni”.

E ancora in riferimento alla violenza diffusa e in particolare sulle donne “in un tempo di aggressività pubblica e privata, di drammi terribili tra le mura di casa e di violenze crudeli, chi si cura della giustizia e della difesa dei deboli deve cercare di capire, di prevenire, di porre condizioni per arginare reazioni furiose e comportamenti delittuosi”.

Infine “in un tempo di fatica esistenziale per tutti, per il crescere dell’ansia, a seguito della interminabile pandemia, occorre uno stile nell’esercizio dei ruoli di responsabilità che assicuri e rassicuri, che protegga e promuova, che offra orizzonti di speranza, anticipando, nella fermezza e nella gentilezza, il senso promettente e sorprendente della vita, con un agire non tanto e non solo solidale ma sinceramente fraterno”.

Al fine di esercitare queste responsabilità l’arcivescovo Mario Delpini evidenzia che occorre lungimiranza per la promozione della famiglia, per le sfide quali la tutela dell’ambiente e la creazione di opportunità di lavoro; fierezza per non lasciarsi cadere le braccia, essere riconoscenti e avere la “responsabilità di promuovere la partecipazione di tutti alla vita delle comunità e dell’intera società civile … La scarsa partecipazione degli elettori nelle elezioni amministrative da poco celebrate in alcuni comuni è un segnale allarmante e l’opera educativa e la sensibilità sociale di molti devono essere un invito, una sollecitazione per tutti”; e anche resistenza. Infatti “gli artigiani del bene comune vivono, come tutti, giornate buone e giornate cattive. Alcuni sono burberi, altri espansivi, alcuni sono forti, altri fragili, alcuni sono i primi della classe, altri modesti, sono uomini e donne che sanno essere gentili. Alcuni sono i “milanes de Porta Cicca”, altri sono figli delle terre del sole e dei fiumi, tutti sono uomini e donne che sanno essere gentili. C’è bisogno di gente che resista. Che resista con la gentilezza di chi sa che cosa sia bene e che cosa sia male e compie il bene perché ha fiducia nell’umanità, ha fiducia nelle istituzioni, ha fiducia in Dio.”

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’inno alla crescita ci vorrebbe l’inno all’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza» (Franco Arminio Cedi la strada agli alberi, 2017). Io, conclude l’arcivescovo Mario Delpini, aggiungerei: alla gentilezza.

 

Qui il testo integrale dell’intervento

 

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