Mattia e l’eutanasia

La “resistenza” dei giovani contro la mancanza di senso diffusa nelle nostre società. L’esperienza di un redattore junior della rivista per ragazzi Teens

La battaglia per l’introduzione del divorzio iniziò in Italia negli anni ’70 con una campagna mediatica che proponeva situazioni estreme di coppie “costrette” a stare insieme, in condizioni impossibili di convivenza. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti: si è da  poco “festeggiata” l’introduzione del divorzio breve. Come effetto collaterale, tutto si è un po’ banalizzato: stare insieme, convivere,  sposarsi, lasciarsi.

Si prende e si usa quello che serve in quel momento. Anche la fedeltà per sempre non va più di moda: i grandi dimenticati sono i figli, devastati psicologicamente dalla separazione dei  genitori.

Tutto questo (e altro) ci ha, però, anche costretti a interrogarci e riflettere su qualcosa che davamo per scontato: hanno ancora un valore (e quale?) il matrimonio, la fedeltà, la coppia eterosessuale, il crescere dei figli con un padre e una madre?

La vita banale

Il dibattito sull’eutanasia sembra seguire la stessa strada. Si è partiti dal mettere in  prima pagina casi estremi di sofferenza  e di richiesta di morire (vedi dj Fabo), sollecitando e cavalcando l’indignazione popolare. In Italia siamo in questa fase. In altri Paesi del Nord Europa, più “avanzati”, la legge sull’eutanasia nei casi gravi c’è già, ma ora si chiede la “dolce morte” anche per chi non trova più un senso al proprio esistere. La vita banalizzata? Un filosofo ateo (Eugenio Lecaldano, Il senso della vita, Il Mulino) spiega che religione e ragione hanno fallito perché generano scetticismo e nichilismo. Anche cercare  un’identità  forte  in gruppi o comunità non funziona, perché porta a mancanza di libertà e conflittualità  sociale.

Dove cercare, allora, un senso alla vita? Secondo Lecaldano, ognuno può trovarlo solo nei propri desideri e passioni, ma essendo questi volubili, serve comunque l’eutanasia come via d’uscita finale. Che tristezza vedere la filosofia che, da fucina  di idee e di ricerca della felicità, si ripiega sul piccolo piacere privato! Ma questo ci sfida, ancora una volta, a riflettere più a fondo sul significato della vita.

Confusa resistenza

Nel frattempo, nelle società “avanzate” dilaga la depressione. Forse perché «non si può vivere senza un fine a cui guardare» (Chiara Lubich). Per fortuna «c’è una confusa resistenza dell’adolescenza contro l’assoluta mancanza di senso» (Leonardo Paris). Quindi ascoltiamo i giovani. Mattia Brusinelli, 17 anni, studente, redattore della rivista Teens,  racconta: «L’idea mi è venuta quando su tutti i giornali è esplosa la storia del dj Fabo. Mi sono chiesto “perché?”. Non riuscivo a capire la sua scelta. Posso comprendere che uno sia abbattuto per la disgrazia capitatagli, però non riesco a concepire di mettere fine alla propria vita. Mi è venuta l’idea di scrivere un articolo sul giornalino della mia scuola, il liceo classico Arnaldo di Brescia. Poi il giornalino non è stato pubblicato, perché si era a fine anno scolastico. Allora, siccome faccio parte della redazione di Teens, ne ho parlato con gli altri ragazzi redattori, e abbiamo deciso di intervistare Daniela Notarfonso, direttrice di consultorio familiare ed esperta in bioetica. Ho realizzato l’intervista, che è uscita in parte sul giornalino».

Un grande dono

Chiedo a Mattia quale idea si sia fatto dopo l’intervista. «Sono molto d’accordo con quello che sostiene Daniela Notarfonso. Secondo me l’eutanasia, o terminare la propria vita per motivi vari, non ha senso. La vita è superiore a noi. Non abbiamo scelto noi di vivere e quindi non possiamo scegliere quando morire. Seconda cosa: la vita è un grande dono. Posso capire che chi chiede il suicidio assistito sia disperato, sia in un momento di crisi e faccia questa scelta. Ma secondo me non lo fa lucidamente, o comunque prende questa decisione in un momento di sconforto. Bisognerebbe allora stargli vicino, aiutarlo in tutti i modi possibili, anche alleviando il dolore con la medicina palliativa. Senza arrivare all’accanimento terapeutico: se non c’è più nulla da fare e i medici lo confermano, allora meglio lasciarlo partire in maniera naturale, ma sempre alleviando ogni dolore. Che però non era il caso di dj Fabo, il quale era rimasto paralizzato, ma aveva una vita davanti».

Accanimento terapeutico e cure palliative

Un estratto dell’intervista di Mattia Brusinelli a Daniela Notarfonso, membro del comitato Scienza e Vita, e direttrice di un consultorio familiare.

Cosa direbbe a un malato incurabile che non ce la fa a sopportare la malattia e vuol farla finita? E nel caso uno viva in stato di incoscienza?
Per dire qualcosa sulla vita di una persona bisogna conoscerla profondamente, entrare nella sua quotidianità e accompagnarla nella sua condizione di sofferenza. L’autodeterminazione non è, a mio parere, un valore assoluto, ma questo non vuol dire che la persona non possa decidere quando sospendere delle terapie, quando queste vengono considerate troppo gravose o comportano il mantenimento di condizioni di vita insopportabili. L’accanimento terapeutico – terapie e trattamenti sanitari sproporzionati rispetto alle reali condizioni del paziente – va rifiutato categoricamente dal paziente e dal medico stesso. È importante poi diffondere le cure palliative: trattamenti e terapie che, pur non avendo come obiettivo la guarigione del paziente ormai non più possibile, cercano di creare condizioni in cui la sofferenza sia alleviata il più possibile dal punto di vista fisico e psichico. Persone accudite così, raramente chiedono di morire, ma si fanno accompagnare verso la morte che arriva evitando al massimo il dolore.
Nel caso dell’incoscienza la gamma dei casi è molto varia e va dal coma, in cui la coscienza è completamente soppressa, ai disturbi prolungati della coscienza, fino agli stati di minima coscienza: è importante che siano i medici, in un rapporto il più possibile rispettoso del paziente, a dire quando le terapie intraprese siano sproporzionate.

Contenuti aggiuntivi su cittanuova.it

L’intervista completa alla dottoressa Daniela Notarfonso

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