A-mare (o amare) il prossimo

La vicenda della nave Diciotti, che stiamo seguendo impotenti da giorni, è solo l’ennesimo caso, speriamo l’ultimo, che ci ha fatto indignare per il modo disumano in cui sono state trattate le persone che scappano da miseria, fame, guerre.

Mi perdonino i lettori se quanto scrivo può risultare più duro del solito, a partire dal titolo. Quest’estate, fra le tante vignette ricevute via WhatsApp e che man mano cancello per non appesantire la memoria del cellulare, non sono riuscita ad eliminarne una che mi è sembrata particolarmente cruda. Recitava così: A-mare il prossimo.

A dire il vero se anche l’avessi eliminata dal cellulare, sarebbe comunque rimasta fortemente impressa nella mia memoria, ma ho preferito tenerne traccia, quasi con la voglia di recapitarla a chi, anziché amare il prossimo, come è scritto nel Vangelo e come, in fondo, è nello spirito della nostra Costituzione, ha piuttosto dato l’impressione di voler buttare a mare non solo le vite di centinaia di persone disperate, ma anche la storica predisposizione italiana all’accoglienza e, non di rado, lo stesso diritto nazionale ed internazionale.

Non abbiamo vissuto un’estate tranquilla, anche se qualcuno ha voluto farci credere che abbiamo tirato il fiato perché gli sbarchi dei migranti sulle nostre coste sono diminuiti in maniera consistente, perché i nostri centri hanno ridotto i loro ospiti, perché l’esercito dei volontari, della Guardia costiera, della Protezione civile e di tutte le forze impegnate nelle operazioni di accoglienza hanno trascorso molto meno tempo sulle banchine dei porti o in mezzo al mare.

Non abbiamo vissuto un’estate tranquilla perché il silenzio del Mediterraneo è stato assordante, ma non è riuscito a coprire l’eco delle grida strazianti di chi appena sull’altra sponda, quella africana, subiva torture, maltrattamenti, stupri, ferite di ogni genere.

Non abbiamo vissuto un’estate tranquilla perché il braccio di ferro tra l’Italia e l’Europa ha sortito di fatto solo un rimpallo di responsabilità e nessuno ha avuto davvero il coraggio di prendersi le sue, di proporre interventi risolutivi, di progettare un piano di rilancio per l’Africa che veramente incarni quell’“aiutiamoli a casa loro” che per ora rimane solo uno slogan e che al massimo ha fruttato collaborazioni di tipo militare, di dubbia efficacia. Sì, lo sappiamo bene, i nostri fratelli sarebbero ben felici di essere aiutati a non partire, a non abbandonare la terra in cui sono nati, a non lasciare figli, mogli, mariti, genitori per andare incontro all’ignoto. Ma ci vuole ben altro che un’esibizione di muscoli.

Saremo in grado di fare qualcosa di diverso? Saremo capaci di mettere giù le casacche politiche e fare fronte comune per trovare soluzioni concrete, di ammettere che abbiamo sbagliato? Avremo la capacità di ritrovare il dialogo fra gli Stati dell’Unione europea o continueremo ad erigere muri, a favorire rigurgiti nazionalisti, a giocare a scaricabarile sulla questione migranti come su altro? Riusciremo a pensare ad una sorta di partenariato con l’Africa che sposti risorse dal controllo allo sviluppo? E con quanto impegno vorremo attivarci per intervenire sulle cause “politiche” delle migrazioni, ad esempio le guerre alimentate dalle armi che produciamo nei nostri Paesi?

Domande che rivolgiamo ai diversi soggetti chiaramente coinvolti. Ma interrogativi, anche, che interpellano le nostre coscienze spesso addormentate, non di rado in balìa di chi le sa manovrare facendo ricorso all’emotività. Sappiamo che fra i nostri lettori c’è chi è a favore dell’accoglienza sempre e comunque e chi solo a determinate condizioni, e chi anche è infastidito dalla presenza degli “stranieri”. Siamo certi, comunque, che se ci mettessimo tutti attorno ad un tavolo, ascoltando le ragioni degli uni e degli altri, scopriremmo che difficilmente ci sarà chi si sentirebbe di buttare “a-mare” una persona o addirittura una nave carica di persone. E crediamo che anche il nostro governo non lo voglia fare. Siamo certi, ancora, di un sussulto di umanità!

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