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Mamma nonna in Nebraska

Alcune considerazioni sul caso della donna di 61 anni che, negli Stati Uniti, ha partorito una bimba per il figlio omosessuale
Ap

Non la fede, ma la ragione si ribella. E si sforza di capire, al di là delle intenzioni, buone o cattive che siano. Che l’amore di una mamma per il figlio possa rasentare quello di Dio per l’umanità è qualcosa che conforta. Un amore degno di considerazione e di rispetto. Il bene però va fatto bene, in caso contrario, per l’antica legge dell’eterogenesi dei fini, potrebbe ritrovarsi a fare male.

Il confine tra amore vero ed egoismo è sottile, tanto sottile. Urge dare risposte certe alle domande antiche. Chi è una persona umana? Quando inizia a essere tale? Che diritti hanno su di lei i genitori, la famiglia, la società?

L’abominio dell’“utero in affitto” non è tale solo per il commercio che si fa di neonati innocenti o per la discriminazione delle donne più povere dei Paesi poveri. Anche questo, ma non soprattutto questo. Il problema è un altro. Ammesso, e non concesso, che questo “scambio” avvenga per fini umanitari, che davvero donne strapiene di amore e di comprensione si prestino a “donare” ovuli da fecondare e, altre donne, altrettanto generose e buone, accettino di correre i rischi che ogni gravidanza comporta, per pura filantropia; ammesso, cioè, che davvero l’ombra della compravendita sia da escludere nel modo più assoluto dalla pratica dell’utero in affitto, la domanda etica, antropologica, psicologica non cade per niente.

Perché nessuno può donare quello che non ha o che gli appartiene fino a un certo punto. Il figlio che i nostri genitori misero al mondo, voi ed io, quel figlio è altro da loro. Nati da loro, siamo persone distinte da loro.

Un figlio che non solo non può essere venduto (azione di cui proviamo orrore) ma nemmeno regalato (azione che potrebbe provocare meno orrore). Mai come in questo caso il dono e la vendita, per certi aspetti, si equiparano. Non è, cioè, il denaro, il mercato, a fare la differenza.

Verso un figlio i genitori hanno doveri inalienabili da assolvere. Nel Nebraska, la signora Cecile, a 61 anni, ha dato alla luce una bambina per “donarla” a Matthew, suo figlio, che, essendo omosessuale, insieme al suo compagno, Elliott, non avrebbero mai potuto diventare padri. L’ovulo, fecondato in vitro con il seme di Matthew, è stato donato da Lea, la sorella di Elliott. «È il dono di una madre», ha spiegato Cecile a parto avvenuto. «Abbiamo sempre saputo che dovevamo essere unici e pensare fuori dagli schemi,» hanno commentato gli interessati.

Che significa? Quali schemi? Non sono le intenzioni di questa famiglia a dover essere messe in discussione. Che la bimba sia “circondata da sostegno e amore” ci riempie di gioia. È la pratica che ci fa orrore. Questa bambina sarebbe al tempo stesso figlia e sorella di Matthew; Cecile sarebbe contemporaneamente sua mamma e sua nonna. A sua volta Lea, sarebbe mamma e zia.

Unico escluso da questo intreccio rimarrebbe Elliott. Al di là del sapore pirandelliano della vicenda, il nodo che rimane da sciogliere, e che sempre si sottrarrà a questa possibilità, è e rimane la bambina, la sua identità, la sua individualità, il suo essere persona, i suoi inalienabili diritti ad avere un padre e una madre.

Un figlio non va confuso con il desiderio di avere un figlio; non può essere commissionato; non può essere venduto o regalato per far felice qualcuno. Un figlio non è un giocattolo e nemmeno può diventare un “dono”, perché è egli stesso il dono.

Un dono si accoglie, si riceve, si coccola, si educa, si ama. E il primo dovere di chi ama è “rimanere” con la persona amata. Il figlio è una persona, non un’appendice di sua madre. Una persona unica, irripetibile. La sua vita ha un valore inestimabile.

L’amore vero è capace di fare acrobazie. L’amore vero ti spinge ad allargare le braccia all’altro, un altro che potresti anche non conoscere, che potrebbe non essere ancora nato, o che vive al di là del pianeta. Un altro per il quale saresti disposto anche a dare la vita. La tua, naturalmente, non quella degli altri, soprattutto quella di chi ancora non ha voce.

Per amore puoi rinunciare a tutto, anche ai tuoi diritti, anche alla tua libertà, ma non puoi programmare un figlio da donare a un altro figlio.  Una riflessione più severa, più seria, più serena, più misericordiosa si impone alle nostre coscienze.

In Italia, in questi giorni, qualcuno ha detto che l’espressione “Utero in affitto” è troppo forte, meglio sarebbe non farvi più ricorso. Non credo che siano le parole, tanto spietatamente vere, ad essere forti, ma la realtà cui rimandano. Non le parole debbono farci male ma questa pratica spietata che programma i figli da vendere o donare come se fossero computer.

 

 

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