Mali, il massacro dei dogon

Più di 95 morti in un villaggio, uccisi da uomini armati, a Sobane-Kou nel centro del Paese. Scontri interetnici alla base del crimine
AP Photo/Baba Ahmed

Almeno 95 persone sono state uccise da uomini armati in un villaggio del centro del Mali, Sobane-Kou. Il bilancio provvisorio parla anche di 19 dispersi, case incendiate, animali macellati. Il governo parla di «un’ampia inchiesta per rintracciare i colpevoli della carneficina». Il villaggio, abitato da popolazione dogon, è stato praticamente raso al suolo, per un ciclo di atrocità tra comunità etniche sempre più antagoniste.

Gli aggressori, arrivati su motociclette, hanno accerchiato Sanbane Kou, come è stato descritto dal sindaco di una città vicina: «La popolazione era intrappolata nelle case, e sono stati bruciati vivi. Tutti quelli che hanno cercato di fuggire sono stati uccisi».

L’associazione di cacciatori di etnia dogon, Dan Nan Ambassagou, di cui il governo aveva annunciato lo scioglimento il 24 marzo scorso, il giorno dopo la strage di Ogossagou, ha condannato un «atto terrorista e genocida intollerabile». In una dichiarazione, il movimento «considera questo attacco come una dichiarazione di guerra e ne prende atto».

L’omicidio non è stato rivendicato. Ma arriva poco più di due mesi dopo il massacro di Ogossagou. La sua ampiezza e crudeltà erano stati uno shock per la società maliana. Lo ricordiamo, il 23 marzo scorso 150 uomini, donne e bambini sono stati uccisi in questo villaggio di peul, l’altra grande etnia della regione, situato nella stessa zona di Sanbane Kou.

In questa zona, i villaggi fulani e dogon sono in gran parte intrecciati, con le due comunità che vivono fianco a fianco da secoli. Scoppiano spesso litigi tra le due comunità, per questioni di allevamento e agricoltura, ma questi scoppi di intolleranza erano fino allo scorso anno controllati localmente tramite meccanismi di giustizia tradizionali.

Dopo l’introduzione nel 2015 nel centro del Mali del gruppo jihadista guidato dal predicatore Amadou Kufa, che recluta soprattutto tra i peul, tradizionalmente pastori, gli scontri sono in aumento tra questa comunità e etnica quelle rivali dei bambara e dei dogon, principalmente impegnati in agricoltura, che ora creato i loro «gruppi di autodifesa», come chiamano le loro milizie.

Questa violenza jihadista si è diffusa dal nord al centro del Paese, e talvolta anche al sud, ma le violenze si concentrano principalmente nel centro del Mali, spesso mescolata a conflitti inter-comunali e interetnici, un fenomeno che è anche sperimentato dai vicini Burkina Faso e Niger.

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