
Dario Colombo (foto dell’interessato)
Nel contesto della Grande guerra oltre 100 mila italiani, dei quali più di 70 mila dal Trentino, dovettero esodare in province dell’Impero austroungarico lontane dal fronte: Bassa Austria, Moravia e soprattutto Boemia, l’attuale Repubblica Ceca. Ma anche dopo il ritorno nelle loro terre d’origine non ebbero vita facile… Una vicenda sconosciuta al grande pubblico, alla quale Dario Colombo, giornalista metà lombardo e metà trentino, autore di numerosi libri, documentari, lavori teatrali e rievocazioni storiche, ha dato vita con una saga familiare iniziata con Boemia, il popolo scomparso, proseguita con Montagne nere e ora conclusa con L’ultimo treno: titoli tutti pubblicati da Minerva Editrice.
Protagonisti di questa trilogia romanzata, basata su una vicenda reale di cui non v’è traccia nei nostri libri di storia, ma che è giusto conservare nella memoria, sono un gruppo di abitanti della Val di Ledro (cambiati soltanto alcuni nomi di persone e paesi), per lo più donne, anziani e bambini, che esodati in Boemia sotto la guida di una maestra, Cecilia, e del loro parroco, don Vigilio, riescono ad integrarvisi dopo un percorso lento e complesso stabilendo forti legami amicali sfociati in qualche caso anche in matrimoni.
Quando i trattati di pace permettono il loro rientro nelle proprie case, il ritorno non è meno sofferto della partenza: trovano infatti soltanto devastazioni e razzie, campi, strade e boschi – già teatro di guerra – resi impraticabili dalle esplosioni, dai gas, dalle mine, da chilometri di reticolati. Scoprono, soprattutto, che per il Regno d’Italia loro sono rimasti i sudditi fedeli di Francesco Giuseppe. È così che per gli abitanti delle valli trentine inizia un altro drammatico esodo, dovuto stavolta alle difficoltà economiche di un Paese prostrato dalla guerra, alla dura repressione nei confronti dei reduci di lingua italiana ma con la divisa austriaca; e al diffuso sentimento di diffidenza nei loro confronti che raggiungerà il suo culmine con l’avvento del fascismo.
Oltre a don Vigilio e alla giovane maestra Cecilia, altri personaggi entrano via via in scena, alle prese con le sfide per la conquista di una nuova normalità. E altri ancora nel terzo volume della trilogia, dove cambiano completamente gli scenari: Francia, Svizzera, Belgio e Stati Uniti, dove la mancanza di lavoro e la crisi economica del 1929 costrinse molti trentini a emigrare, salendo ancora una volta su un treno per intraprendere il terzo ed ultimo esodo della loro storia.
Anche qui, l’accento è posto sull’impegno dei profughi a dare un senso nuovo alle proprie vite sconvolte dagli eventi, ai gesti di umanità e solidarietà, ai sogni e alle aspettative di futuro. Una storia che Cecilia, ora sposa di Carlo (siamo nei primi anni Trenta), può raccontare al figlioletto Mario nei modi in cui lui può capire. Tutto reso così al vivo e attuale nella narrazione che al lettore viene spontaneo il confronto col presente di altri popoli coinvolti in conflitti di cui non si vede la fine.
Di qui i molti spunti di riflessione offerti al lettore. Anzitutto sull’assurdo di ogni guerra, che sconvolgendo la normalità della vita mette anche alla prova sentimenti e convinzioni. Poi sull’importanza, per sopravvivere, di rimanere comunità aperta ma consapevole delle proprie radici culturali. E ancora, sulla dignità dei poveri, degli umili. Infine sul ruolo delle donne. Cecilia e le altre incarnano, infatti, una nuova immagine di donna, che dalla dimensione strettamente familiare di prima della guerra passa a quella di figura moderna, emancipata, che l’esilio in Boemia prima e l’emigrazione da un’Italia fascista poi ha portato a intrecciare rapporti in contesti sociali completamente diversi per lingua, usi e costumi.
Una vicenda corale coinvolgente, un’epopea che richiama Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli, meritevole di essere trasposta sul grande o anche piccolo schermo.
Confida l’autore a fine volume: «Per uno di quei piccoli miracoli che a volte i libri generano, anche Boemia, Montagne nere e – auspicabilmente – L’ultimo treno hanno dato vita a un’inconsapevole e spontanea comunità fatta di lettori ma anche di eredi dei protagonisti di quella tragedia, a cui non è sembrato vero di ritrovare una traccia della loro storia familiare; di colleghi che si sono appassionati a questa vicenda e ne hanno dato generosamente conto nei loro giornali, nelle loro radio, nelle loro televisioni; di associazioni storiche, circoli culturali, scuole che si sono rese disponibili a promuoverne la conoscenza e a far appassionare, nel caso delle scuole, anche i ragazzi delle nuove generazioni. L’hanno dimostrato in questi quattro anni gli innumerevoli messaggi, l’afflusso alle presentazioni, la richiesta – talvolta assillante – di poter avere quanto prima il volume successivo e di sapere: “…come va a finire”…».
Ora i lettori possono sentirsi soddisfatti.
