Luciano Fontana e il giornalismo di qualità

Le sfide del digitale. La credibilità del mestiere del giornalista. Nostra intervista al direttore del Corriere della Sera. Sul numero di aprile di Città Nuova l'inchiesta completa sull'informazione in Italia.

Come avete affrontato la sfida del digitale?

Abbiamo adottato da più di due anni un modello simile a quello del The New York Times con un paywall in cui si richiede un pagamento dopo un certo numero di articoli letti. Lo abbiamo fatto con l’idea che il giornalismo di qualità distintivo del Corriere della Sera potesse transitare dalla carta sul web con caratteri simili di approfondimento anche se, naturalmente, il giornalismo web, ha delle sue dinamiche specifiche. Abbiamo chiesto ai lettori di considerare che un sito web completamente gratuito si sottoponeva a dinamiche come quella dei click e della pubblicità che potevano snaturare e mettere in crisi il giornalismo di qualità. È un’esperienza che segue il The New York Times sapendo che il nostro è un Paese molto più piccolo e la nostra non è una lingua parlata in tutto il mondo come l’inglese. I risultati sono positivi. Abbiamo più di 100 mila abbonati al digitale che sono più di quelli che avevamo in previsione. Il lavoro di integrazione tra la carta e il web sta andando avanti con l’idea di fare una seconda gamba solida del Corriere della Sera anche economicamente. Sta abbastanza funzionando e abbiamo degli utili. Quest’anno dobbiamo fare un passo importante per rendere il digitale ancora più strategico e decisivo sia dal punto di vista redazionale che come azienda.

Perché il mestiere del giornalista ha perso di credibilità?

Le crisi sono il risultato di tanti elementi. Il giornalismo di carta stampa è stato investito dallo tsnunami del web che ha portato al dimezzamento degli introiti pubblicitari, alla riduzione drastica della lettura su carta, ad una modalità di fare il giornalismo abbastanza superficiale perché i social inducono spesso ad un lavoro di questo genere. C’è stata una crisi strutturale che pochissimi settori hanno dovuto subire. In tutto questo è possibile che la ricerca del taglio dei costi, la riduzione delle aspettative, la tendenza a cercare un modello di giornalismo come quello che si affermava sui social, spesso approssimativo, che parla alle emozioni più che alla razionalità delle persone abbia minato la credibilità. A me non piacciono i giornali faziosi, che vengono acquistati per riconoscersi, in cui il lettore trova se stesso, le proprie opinioni e i propri pregiudizi. Credo che il giornale debba fare un lavoro di fattualità per l’informazione, di pluralismo per quanto riguarda le opinioni e di indipendenza. Non sempre ci siamo riusciti ma è l’unico modo per cui il giornalismo si salva.

Siamo in un’epoca di aggressione ai vari corpi intermedi: i sindacati, i partiti, i giornalisti…

È una tendenza già iniziata nel ’93 con Silvio Berlusconi quando afferma una forma di relazione con i propri lettori in cui c’è il leader e il suo popolo con cui mettersi in contatto. Già lì passa l’idea che i partiti, i corpi intermedi, l’associazionismo sia qualcosa di inutile o addirittura da contrastare, da combattere, perché metteva degli ostacoli tra il leader e la sua gente. Il digitale ha moltiplicato questo aspetto. Ha dato l’illusione che la democrazia diretta fosse alle porte, che le decisioni possano essere prese istantaneamente, grazie alla connessione. Alla fine questo ha portato ad un indebolimento della classe dirigente e della qualità della rappresentanza. Le decisioni raramente vengono prese direttamente dal popolo, la democrazia diretta è una illusione mentre la democrazia è stata colpita pesantemente. Nelle dinamiche in cui uno vale uno c’è alla fine sempre qualcuno che è più uguale degli altri e decide per tutti gli altri. Lo abbiamo visto in tantissime situazioni in questi ultimi anni. Una riconsiderazione dell’importanza del ruolo dei mediatori sociali, di tutti gli organismi di intermediazione è la base per ricostruire una qualità della politica e della rappresentanza. Non è semplice perché c’è stata una destrutturazione molto pesante, ma so che il giornalismo di qualità nell’ultimo anno e anche il Corriere della Sera hanno cominciato a riprendere il loro ruolo.

Per questo Mattarella dice sempre che «democrazia e informazione sono inscindibili»?

È esattamente la realtà. Non c’è una vera democrazia che non sia basata sulla qualità dell’informazione libera e indipendente e dia gli strumenti per poter decidere, partecipare e far pesare la propria opinione. Un’informazione basata sulle sollecitazioni, sulle promesse, sugli istinti di pancia è il peggio che possa accadere alla democrazia e alla vita civile e politica di un Paese.

Quali sono le sue motivazioni per fare questo mestiere?

Lo volevo fare sin da quando ero un giovane studente di liceo. Mi piaceva scrivere, raccontare. Ero curioso del mondo e credo che la voglia di conoscere sia la molla fondamentale insieme al sapere che il giornalismo abbia una funzione democratica molto importante di messa a disposizione dei cittadini dei fatti, delle opinioni che permettono di formare il giudizio. Mi ha sempre affascinato il giornalismo, mi piace e credo che sia uno dei più bei mestieri che si possano fare al mondo. Sono una persona molto fortunata perché sono riuscito a fare nella vita la cosa per cui avevo passione.

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