Liquidi, deboli e… sicuri?

La persona umana cerca sicurezza, perché essa «è un bisogno essenziale dell’animo umano», come scriveva Simone Weil. Nella crisi crescono le politiche “populiste”, che non sono sinonimo di “popolari”

«Società liquida»: Zygmunt Bauman ha inventato una delle espressioni più usate nel dibattito culturale. Altre formule hanno fatto fortuna, dal «pensiero debole» di Vattimo e Rovatti al «post-modernismo» di Lyotard e compagnia bella. In Occidente viviamo un’epoca di insicurezza, dopo quella delle certezze all’uscita dalla Seconda guerra mondiale. Cerchiamo sicurezze, cioè risposte alle domande di senso, ovunque: calcio o tradizionalismo, romanzo o conto in banca, tutto fa brodo. La persona umana cerca sicurezza, perché essa «è un bisogno essenziale dell’animo umano», come scriveva Simone Weil. Nella crisi crescono le politiche “populiste”, che non sono sinonimo di “popolari”: se il populismo indica l’uso da parte di qualcuno del sentire popolare d’insicurezza, paura o risentimento per indirizzarlo ai propri interessi, ideologici, personali o di partito, quel che è popolare nasce invece dalla gente e dalla sua visione universale.

Nella Francia laica colpita al cuore dai figli che voleva assimilare, la Le Pen è populista? E lo è Trump negli Usa che si ritrovano nazionalisti oltre misura? O Duterte nelle Filippine, che combatte la droga con metodi da gang? Probabilmente questi leader sanno cogliere in modo geniale qualche aspetto particolare del sentire popolare più sincero, ma lo assolutizzano a fini di potere personale. Marine Le Pen, ad esempio, sa accarezzare la fierezza francese per combattere il terrorismo; Trump scalda il cuore a chi vorrebbe più certezze etiche e di lavoro per riportare gli Usa alla supremazia; e Duterte spara sui narcos per assecondare l’onestà dei filippini. Sono i metodi politici usati a non essere rispettosi della sana democrazia partecipativa a cui ci siamo abituati. Metodi che danno sì al popolo l’impressione di una maggiore sicurezza, ma talvolta sfuggono di mano creando dittature che schiacciano la libertà, sistemi menzogneri che distruggono la fraternità, corporativismi che minano l’uguaglianza. Ma allora, dove cercare sicurezza senza ricorrere ai populismi? Religioni, scienze e cultura offrono le loro ricette, che ultimamente sembrano convergere verso un’idea: nella complessità, nella globalizzazione e nel relativismo la via più utile per raggiungere la sicurezza non è quella “di polizia” ma quella “relazionale”, che cerca di stabilire relazioni vere, sincere e autentiche, per non doversi sempre guardare le spalle. Si è infatti più sicuri non erigendo muri o demonizzando l’avversario, ma se si riesce a credere che il diverso da sé non è un ostacolo alla realizzazione personale ma un aiuto. Ciò non riguarda solo i singoli ma l’intera società, come dicono alcuni fatti recenti: gli accordi tra Stato e musulmani in Italia, le manifestazioni per l’accoglienza dei rifugiati, gli accordi per il clima… Abbiamo bisogno di essere rassicurati, ma i populismi sono risposte sbagliate e disumanizzanti. Relazione, comunità e fratellanza sono le risposte giuste e umanizzanti.

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