L’identità inquieta dell’Europa

Al festival “Fotografia Europea” di Reggio Emilia, gli artisti tracciano, attraverso il medium fotografico, le linee dinamiche e incerte di un’identità sempre più mobile e variegata, con l’obiettivo di dare senso all’inquietudine che la attraversa. Fino all’11 giugno
Un militante nella valle del Monginevro, dal progetto "Bilateral" di Samuel Gratacap, presentato al Festival "Fotografia europea" di Reggio Emilia (foto Samuel Gratcap - ufficio stampa Studio Esseci)

Già il titolo “Europe matters: visioni di un’identità inquieta”, ci immette nella più stretta attualità del Continente. Lo sguardo di questa XVIII edizione di “Fotografia Europea”, il Festival di fotografia internazionale che si svolge ogni anno a Reggio Emilia (all’interno dei Chiostri di San Pietro, ancora fino all’11 giugno), diventa osservatorio privilegiato delle culture, delle visioni e dei sentimenti che attraversano l’Europa.

Partendo da una riflessione sull’idea di Europa e sugli ideali che la costituiscono, le mostre mettono in luce domande sulla condizione attuale del mondo multiculturale e globalizzato che viviamo, un mondo in cui il Vecchio Continente non esercita più, ormai da tempo, quell’egemonia spirituale e materiale che per secoli le è stata riconosciuta. Gli artisti tracciano quindi, attraverso il medium fotografico, le linee dinamiche e incerte di un’identità sempre più mobile e variegata, con l’obiettivo di dare senso all’inquietudine che la attraversa. Molti i progetti selezionati dalla direzione artistica del Festival, composta da Tim Clark, Walter Guadagnini e Luce Lebart.

Tra questi il progetto “Bilateral” di Samuel Gratacap che evoca il passaggio degli esuli attraverso l’Italia meridionale e le Alpi, mostrandolo o lasciandolo intuire, alla ricerca delle tracce. È anche un lavoro fotografico sul paesaggio, da entrambi i lati del confine, da un mondo all’altro. In un clima sociale di diffidenza nei confronti dei media e più in particolare delle immagini, l’artista ha cercato di fotografare e ascoltare le persone, soprattutto quelle che attraversano o cercano di attraversare i confini. Ma la sfida di questo nuovo lavoro è anche rappresentare coloro che lottano per rendere il mondo meno violento, mobilitandosi nei luoghi in cui vivono come modo per riparare alla violenza: dove l’esilio incontra l’accoglienza.

Yelena Yemchuk
Dal progetto fotografico “Odesa” di Yelena Yemchuk, presentato al festival “Fotografia europea” di Reggio Emilia (foto Yelena Yemchuck – ufficio stampa Studio Esseci)

Il progetto fotografico “Odesa” dell’ucraina Yelena Yemchuk è l’ode visiva alla città che da sempre l’ha affascinata per la libertà di cui godeva durante l’epoca sovietica. Dopo averla visitata per la prima volta nel 2003, Yemchuk è tornata a Odesa nel 2015 per documentare i volti dei ragazzi e delle ragazze di sedici e diciassette anni dell’Accademia militare: il conflitto al confine orientale iniziato un anno prima l’ha convinta ad ampliare il progetto immortalando anche il contesto di vita di quei volti che si sarebbero trovati, di lì a poco, al fronte.

“Grande padre” di Camilla De Maffei è un progetto a lungo termine che, partendo dal caso particolare albanese, invita a riflette sul rapporto globale tra individuo, società e potere. Il processo di ricerca, cominciato nel 2018 e realizzato in collaborazione con il giornalista Christian Elia, propone un’immersione nell’Albania contemporanea per esplorare le implicazioni e le conseguenze dell’ascesa e del crollo del regime di Enver Hoxha simboleggiato dall’abbattimento della sua statua nella piazza Skanderberg il 20 febbraio 1991, crollo che, dopo quarantacinque anni di dittatura, ha confrontato gli albanesi con la libertà, ma anche con un vuoto vertiginoso.

Festival Fotografia Europea
Dal progetto fotografico “De la terre à la mer” di Cédrine Scheidig presentato al Festival “Fotografia europea” di Reggio Emilia (foto Cédrine Scheidig – ufficio stampa Studio Esseci)

Ariane Loze è presente con due di quattro video realizzati tra aprile 2017 e ottobre 2018 per riflettere sull’Europa. Nel primo, “Utopia”, l’artista, vestita con un impermeabile giallo in un teatro blu, dà forma ad un dialogo a quattro su temi fondanti come l’essere comunità, il sentirsi rappresentati, la ricerca del bene comune e, infine, l’immaginazione di un’utopia. In “Studies and Definitions”, invece, assistiamo a un dibattito che nasce dalla lettura della prima pagina della versione consolidata del Trattato sull’Unione europea, il tutto concepito dall’artista per confrontarsi con i testi esistenti.

In un dialogo tra due recenti serie, It is a Blessing to be the Color of Earth (2020), insignita del Premio Dior, che racconta la diaspora afro-caraibica nelle periferie parigineLes mornes, le feu, iniziata nel 2022 a Fort-de-France, in Martinica, Cédrine Scheidig in “De la terre à la mer” rivela le connessioni fra due territori e gli immaginari dei loro abitanti. Prendendo le distanze dalla fotografia documentaristica, l’artista posa uno sguardo soggettivo e poetico sui giovani sia in Francia che sull’isola. I suoi delicati ritratti, dettagli di paesaggi urbani e nature morte immersi in una luce soffusa, infondono il sapore di un luogo piuttosto che presentare una visione oggettiva della realtà. L’artista esplora le narrazioni personali di una gioventù diasporica alla scoperta di sé stessa, aprendo a riflessioni su temi politici quali il passato coloniale, l’ibridazione culturale, le moderne mascolinità, la migrazione.

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