L’eucaristia e la corporeità

La corporeità [secondo quanto affermano i filosofi esistenzialisti] è il modo di essere dell’uomo, è la sua maniera di essere nel mondo, cioè di essere in rapporto con gli altri e con il cosmo. La corporeità, quindi, non è una realtà statica, ma è essenzialmente relazione (…). Questa visione della corporeità, e di conseguenza del corpo, ha delle implicazioni pratiche molto importanti. Fa capire subito che non si può vivere il rapporto con il proprio corpo se non come relazione con gli altri e con il cosmo. Altrimenti ci si ripiega narcisisticamente su sé stessi, facendo – a1 limite – del corpo una realtà dalla quale si cerca di trarre un po’ di piacere. Il corpo invece è essenzialmente uno strumento di comunione. Anzi, in quanto indica la mia relazione agli altri (…), il corpo in fondo non è mio, ma nostro. Perciò va vissuto come strumento d’amore per gli altri, mettendo a loro disposizione la propria corporeità in quanto possibilità di sacrificio, di azione, di lavoro, ecc. Da qui si recupera inoltre il vero significato di uno degli aspetti fondamentali della corporeità: il significato della sessualità. Ora, cosa vi porta di nuovo l’Eucaristia? Per capirlo, bisogna partire dall’Incarnazione. In essa Cristo ha assunto la corporeità umana. Con la sua risurrezione e ascensione al ciclo la porta in una nuova sfera: nell’ambito della Trinità. Diventa corporeità risorta, vivificata. Di questo Cristo ci rende partecipi fin da adesso, nell’Eucaristia, in maniera misteriosa ma non per questo meno reale. Viene così trasformato già fin d’ora il nostro corpo. Ma preferisco usare anche qui la parola corporeità, perché indica la relazione, mentre corpo ne indica piuttosto il condensato. E mentre oggi si capisce difficilmente come l’Eucaristia possa trasformare il corpo umano, si capisce con più facilità che essa trasforma la corporeità dell’uomo, cioè il suo rapporto con il mondo e con gli altri, il cui segno e mezzo è appunto il corpo. Perciò il cristiano vive, in un certo senso, una corporeità a due livelli: quella che si sperimenta comunemente; e poi, a livello più profondo, partecipa della corporeità del Cristo risorto, già operante in lui, ma che un giorno sarà manifesta. Queste realtà aprono un nuovo orizzonte l’originalità del quale sta nel far vedere la corporeità come processo, come evoluzione. Rifiutare questa prospettiva e chiudersi nella idea che della corporeità abbiamo attualmente significa chiudersi in un limite: la corporeità come la si sperimenta adesso può essere una realtà tanto bella, ma chi ne ha una visione chiusa la sperimenta per quella che è: un qualcosa che deve necessariamente finire. Il Cristo qui ci introduce in una nuova comprensione, ci fa capire e vivere la corporeità in maniera più vera: come una realtà non già completa, ma in sviluppo. Per chi ha colto questa novità, vivere la corporeità fuori di questa dimensione diventa l’equivalente di vivere qualcosa che non è vero. Potrà forse dare delle piccole soddisfazioni; ma capirò presto che comportandomi così sto bloccando non già un progetto che si compirà in un futuro lontano, ma un progetto che si sta compiendo già adesso; ed io non posso sacrificare ad alcuni momenti di sfruttamento 1’evoluzione che in me sta avvenendo. Mi sembra che ci voglia questo orizzonte per comprendere la castità cristiana. Essa infatti è la maniera di vivere la condizione corporea attuale ed in particolare la nostra sessualità non come definitiva, ma chiamata ad una trasformazione. E si comprende pure la verginità che – come si dice ormai da più parti in teologia – acquista con Gesù un diritto d’essere che forse non aveva anticamente: essa anticipa, come un segno, la condizione finale, anticipa, cioè la maniera di rapportarsi agli altri che è caratteristica del mondo nuovo portato da Gesù. (…)

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