Una legge popolare per i beni comuni

Riparte, con una raccolta di firme, la proposta avanzata nel 2010 dalla commissione Rodotà di frenare la tendenza alla privatizzazione senza freni e riallineare il codice civile con la Costituzione

I beni comuni – ovvero quelli «idonei a esprimere utilità funzionali all’esercizio di diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona e informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità», come furono definiti nel 2010 nel primo disegno di legge su questo tema − sono davvero tutelati nel nostro Paese?

Stefano Rodotà
Stefano Rodotà

Forse non abbastanza. E a distanza di 10 anni dalla conclusione dei lavori della Commissione sui Beni pubblici, presieduta da Stefano Rodotà, il Comitato Popolare di Difesa Beni Comuni, Sociali e Sovrani “Stefano Rodotà” (costituitosi lo scorso 18 dicembre) ha indetto per la giornata di sabato 19 gennaio a Roma, (qui l’evento su Facebook con informazioni aggiornate in tempo reale), la prima assemblea nazionale pubblica sul tema, che segnerà anche il lancio della campagna di raccolta firme per depositare una proposta di legge di iniziativa popolare. Obiettivo 50mila firme, ma, in realtà, un milione; per puntare al mantenimento del tema nell’agenda politica fino alla sua esaustiva trattazione normativa.

«Unire le lotte e le comunità in una rete permanente ad azionariato popolare per l’esercizio della sovranità popolare e della democrazia diretta – si legge in una nota –, questa la prospettiva che il Comitato chiederà di fare propria alle persone e alle organizzazioni che parteciperanno all’assemblea nazionale e a tutte le realtà che si sono battute in questi anni per il superamento della logica neoliberista che ha travolto la nostra Costituzione e che mette a rischio la sopravvivenza stessa delle generazioni future».

Ma facciamo un passo indietro. Da dove nasce la questione dei Beni Comuni? Se esiste un principio di tutela generale espresso all’art. 42 della nostra Costituzione, la legislazione ordinaria non ha posto a sua volta le condizioni per attuare questa tutela con la dovuta forza. Complice l’abrogazione dell’art. 811 del Codice Civile del 1944 (che puntava alla “defascistizzazione” del testo e quindi all’eliminazione del riferimento all’“ordinamento corporativo”) insieme ad un processo di privatizzazione in atto da diversi anni nel nostro Paese che, in più occasioni, ha rivelato una volontà di “accaparramento” di beni comuni (come acqua, aria, terra, parchi, foreste ecc.) e di beni sociali (quali ricerca, istruzione, salute, lavoro, assistenza ad anziani ed indigenti) continuamente aggrediti e gradualmente svuotati.

STORIA DEL REFERENDUM IN ITALIA / SPECIALE

Se fin qui il discorso sembra troppo tecnicistico, proviamo a ricordare il Referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua, vinto con 27 milioni di voti. Ufficialmente non vi furono risultati concreti, ma, di fatto, quella consultazione popolare evitò una privatizzazione obbligatoria del valore di 200 miliardi di euro (non proprio caramelle), il che significò salvare beni strategici, appartenenti ancora oggi ai cittadini italiani.

Già nel disegno di legge presentato al Senato nel febbraio del 2010, e mai andato in discussione, si diceva come sia «importante ribadire, in particolare oggi, l’essenzialità per la collettività e per il perseguimento di quelle finalità di solidarietà sociale su cui si fonda il nostro ordinamento, anche al fine di realizzare il compito – che l’articolo 3 della Costituzione assegna alla Repubblica – di rimuovere quegli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”». Un’urgenza che, a distanza di anni, non pare meno stringente.

Per fare un esempio concreto, possiamo citare, tra le tante, l’esperienza di Trieste e del comprensorio di San Giovanni, ex ospedale psichiatrico – dove Franco Basaglia, dopo la prima esperienza di Gorizia, concretizzò la sua idea di psichiatria sociale – dove gli spazi, un tempo reparti di degenza, sono stati rigenerati a nuova vita «interpretando una non proibizione come una possibilità e andando quindi non contro la legge, ma al di là della legge. Per permettere alla salute mentale di dialogare con l’urbanistica», come si può leggere nelle conclusioni del convegno “Che ne è dei 70 manicomi italiani?” tenutosi nel capoluogo giuliano nel dicembre scorso.

Si tratta, in sostanza, di riallineare il Codice Civile alla Costituzione, contando su uno sguardo lungimirante del legislatore e su una reale attivazione dei meccanismi di democrazia partecipata. Senza dimenticare la necessità di una “salvaguardia intergenerazionale” che potrà garantire alle generazioni future la protezione dei diritti e il godimento – per tutti – dei relativi benefici. Per informazioni ed approfondimenti visitare il sito www.benicomunisovrani.it.

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