Le “letterine” della Brexit

Il Regno Unito ha inviato tre lettere a Bruxelles per chiedere un rinvio fino al 31 gennaio 2020.

Il Primo Ministro britannico, Boris Johnson, ha chiesto un’estensione dei termini per l’entrata in vigore della Brexit fino al 31 gennaio 2020. La richiesta di proroga della Brexit è stata formalizzata con tre lettere. In una prima lettera, indirizzata a Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, non firmata da Johnson ma solo come Primo Ministro britannico senza il proprio nominativo, si richiede una proroga secondo quanto deciso dal Parlamento britannico sabato sera che, con un emendamento approvato da 322 deputati contro 306, ha obbligato il governo a richiedere un rinvio della Brexit fino a quando tutta la legislazione necessaria non sarà stata ratificata, legislazione che Johnson vorrebbe portare alla Camera dei Comuni nel corso della settimana.

Nella seconda lettera, indirizzata a Tusk e firmata in calce, Johnson ha espresso la sua contrarietà ad una proroga dei termini di uscita ed ha scritto che «mentre sta al Consiglio europeo di aderire alla richiesta ordinata dal Parlamento o di offrire un periodo di proroga alternativo, ho chiarito… che un’ulteriore proroga danneggerebbe gli interessi del Regno Unito e dei nostri partner dell’UE, nonché le nostre relazioni», invocando la necessità di «portare a conclusione il processo» dell’uscita del Regno Unito dall’UE.

Le terza lettera inviata a Bruxelles è quella di Tim Barrow, ambasciatore del Regno Unito presso l’UE, una semplice lettera di accompagnamento della prima, indirizzata al Segretario generale del Consiglio dell’UE. L’invio di queste tre lettere dimostra che ormai la Brexit stia diventando una pantomima o, se vogliamo utilizzare termini più diplomatici, che il Regno Unito sta vivendo una fase di instabilità politica senza precedenti.

Dopo l’approvazione da parte del Consiglio europeo di un accordo Brexit modificato, i leader europei potrebbero non accettare il prosieguo dei negoziati ma neppure permettere l’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo. Nel frattempo, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere l’indizione di un secondo referendum che approvi l’accordo finale sulla Brexit.

Effettivamente, il nuovo accordo è stato possibile grazie all’accettazione di Johnson di molte delle richieste dell’UE. Rispetto all’accordo Brexit siglato da Theresa May, il nuovo accordo ha comunque dei punti di criticità, primo fra tutti la previsione di controlli regolari sulle merci che transitano tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, creando di fatto un confine commerciale lungo il Mare d’Irlanda (opzione che il governo May ha sempre respinto), che vede la contrarietà del Partito Democratico Unionista. Un meccanismo complicato ha anche risolto la questione del backstop, cioè la garanzia dell’apertura dei confine tra Irlanda e Irlanda del Nord che, di fatto, sarebbe rimasta nell’unione doganale dell’UE. Al Regno Unito resterebbe però anche l’onerosa responsabilità dei controlli doganali per garantire che le merci che entreranno in Irlanda del Nord e, quindi, in Irlanda e, dunque, nel mercato unico europeo, siano conformi agli standard europei.

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