Le bombe italiane e la marcia di Assisi

La manifestazione per la pace e la fraternità promossa per il 7 ottobre rappresenta un momento di consapevolezza possibile. Dal caso di Riace a quello delle armi inviate per la guerra in Yemen
Hani Al-Ansi/dpa/AP

Una certa sospensione accompagna la Marcia Perugia Assisi 2018. Il tempo atmosferico non si presenta eccellente ma è il clima generale del Paese che è cambiato. Son venuti meno molti valori condivisi ma anche la tentazione di relegare la questione della pace e della guerra ad iniziative innocue, gestibili come una mozione che tutti possono votare per la sua genericità.

Di fatto, si tratta della prima grande manifestazione nazionale post voto del 4 marzo e che assume un valore politico al di là delle sigle di partito. A cominciare dalla reazione diffusa contro l’arresto di Mimmo Lucano, emblema del modello di accoglienza e integrazione dei migranti accolti come fratelli e non come invasori.

Lo slogan più diffuso sarà quella di dire “io sto con Mimmo!” o “arrestateci tutti” perché, salvo restando la fiducia nella magistratura, si avverte con timore la particolare attenzione esercitata sulle presunte irregolarità del piccolo comune calabrese di Riace, luogo aperto e conosciuto in mezzo mondo, in un territorio dove le mafie sono pervasive e si è incapaci di colpire fenomeni di caporalato e sfruttamento estremo come a Rosarno.

Denaro e potere

L’attenzione verso la complessa questione delle migrazioni, e al rancore che fa emergere nella società, rischia tuttavia di distogliere lo sguardo dalle tante guerre e dagli «interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere» che alimenta tale sistema, come ha detto papa Francesco a Redipuglia nel 2014 leggendo il nostro tempo in continuità con quanto avvenuto nel primo conflitto mondiale.

Assistiamo oggi a tragedie come quella in corso in Siria che appaiono senza soluzione e tali da suscitare una divisione anche tra i “pacifisti” a proposito delle diverse interpretazioni delle dinamiche e dei poteri coinvolti. Guerre come quella scatenata in Libia nel 2011, per forte volontà del governo francese, sono oggi riconosciute come un errore denso di conseguenze senza fine. Anche se, pochi anni addietro, sono stati in pochi a denunciare la follia di una strategia che ora ci conduce all’orrore di respingere le persone migranti nei campi di detenzione dove si consumano gravi violenze e violazioni della dignità umana.

In questa apparente incapacità dell’indignazione di trasformarsi in azione, emerge, tuttavia, un caso emblematico e comprensibile da ognuno.

Il 4 ottobre è stato pubblicato sul bollettino ufficiale del parlamento europeo l’ennesima risoluzione che invita i governi nazionali a fermare l’invio di armi alle parti in causa nel conflitto in corso, dal marzo 2015, in Yemen.

Una guerra dove si consumano, secondo la relazione degli esperti Onu, crimini contro l’umanità. Ad agosto una bomba della coalizione saudita ha fatto strage di bambini che viaggiavano in una scuola bus. In precedenza azioni del genere hanno colpito strutture sanitarie gestite da Medici senza frontiere.

La riconversione possibile

Dal nostro Paese partono carichi di bombe d’aereo destinate all’Arabia Saudita, Paese che guida una coalizione contro una fazione dello Yemen sostenuta dall’Iran. La fabbrica italiana (Rwm) che produce quelle bombe è controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall Defence.

Le mozioni parlamentari per fermare questo commercio in contrasto con la legge italiana numero 185/90 sono state respinte dal precedete Parlamento. La nuova maggioranza si dimostra incerta tra proclami della ministro della Difesa Elisabetta Trenta che rilancia la palla al collega agli Esteri, che risponde evasivamente tramite un sottosegretario.

Pesa come un macigno l’alleanza tra la monarchia saudita e gli Usa, ben prima dell’avvento di Trump.

I governi di nazioni come Italia e Germania che anche recentemente hanno ricordato la strage degli innocenti avvenuta a Marzabotto nel 1944, sembrano non avere occhi per il presente. In una logica di collaborazione europea ci sarebbero gli strumenti per attirare competenze e investimenti in regioni impoverite ma bellissime come la Sardegna del Sulcis Iglesiente.

E, invece, parte della popolazione viene messa davanti alla scelta secca tra accettare supinamente la produzione bellica o la mancanza di prospettive per campare. Con l’aggravio di far cadere la responsabilità di un intero sistema economico politico sulle spalle di un territorio fiero ma abbandonato.

Nella marcia per la pace e la fraternità 2018 questa contraddizione non verrà solo messa in evidenza con la denuncia. L’invettiva spesso si accompagna alla desolata percezione di non poter cambiare lo stato delle cose.

Saranno, infatti, presenti i rappresentanti del comitato per la riconversione della fabbrica di bombe che hanno attivato un processo di coinvolgimento di tante realtà a livello nazionale e internazionale per trovare assieme una soluzione che tenga insieme il lavoro con la vita e la dignità di tutti.

Una prospettiva che riprende l’esigenza profonda espressa da un politico attento e lungimirante, si definiva “saltatore di muri”, come Alex Langer che nel 1989 parlava di una conversione ecologica come «svolta oggi quanto mai necessaria ed urgente che occorre per prevenire il suicidio dell’umanità». Quella stessa conversione radicale che indica papa Francesco nella “Laudato si!” in un linguaggio aperto comprensibile da tutti e rivolto a tutti.

Nel 2018 esistono forse, tra mille contraddizioni, le condizioni per comprendere quel gesto della marcia promosso dal laico Aldo Capitini nel 1961. Il tragitto compiuto, a suo tempo, da Francesco di Bernardone di ritorno dal carcere perugino alla fine di una brutale guerra senza senso nella terra umbra grida il desiderio e lo splendore della pace.

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