L’ascesa dei populisti in Europa

Un fenomeno complesso e che, alla sua base, ha una classe media indebolita dalla crisi economica ed una classe operaia in preda all’incertezza del futuro, mentre la povertà ed il divario economico all’interno di molti Paesi europei cresce sempre di più. La svolta nel 2016 con la Brexit e la vittoria di Donald Trump. In molti Paesi il populismo sta saldandosi con le istanze dei partiti conservatori di estrema destra  

I movimenti populisti hanno triplicato il loro voto negli ultimi due decenni e potrebbero raggiungere un quarto dei consensi alle prossime elezioni del Parlamento europeo.

Il fenomeno del populismo è stato sempre marginale sulla scena politica europea, almeno fino a qualche anno fa, quando partiti cosiddetti populisti hanno attratto sempre di più elettori sconfortati ed emarginati, ai quali la crisi economica, secondo alcuni mal gestita, ha contribuito ad affievolire la fiducia nelle istituzioni. Poi, se guardiamo all’Unione Europea (Ue), spesso i politici di qualsiasi partito, in qualsiasi Stato membro, le attribuiscono ingiustamente delle colpe per scaricarsi proprie responsabilità. Gli stessi partiti tradizionali sono percepiti negativamente da ampie fasce della popolazione. Nel 1998, solo in due piccoli Paesi europei, la Svizzera e la Slovacchia, dei movimenti populisti facevano parte del governo; oggi, invece, sono oltre una decina i Paesi europei la cui compagine governativa è formata da partiti populisti.

La diffusione del fenomeno del populismo è stata attribuita alla globalizzazione, alla recessione economica, alla crisi migratoria, all’uso dei social network, alla diffusione delle fake news (talvolta in modo deliberato per influenzare l’elettorato, dall’interno o dall’estero). Queste ragioni possono essere vere, ma non sempre e non ovunque. Il caso della Repubblica Ceca è emblematico: nel 2018, solo il 2,3% della forza lavoro era disoccupata, il tasso più basso nell’Ue, mentre la sua economia era cresciuta del 4,3%, ben al di sopra della media Ue, non vi era traccia dei rifugiati che hanno raggiunto il continente europeo dal 2015, ma alle ultime elezioni politiche i partiti populisti hanno raggiunto oltre il 40% dei suffragi, dieci volte la percentuale del 1998. Questi dati dimostrano che il populismo è un fenomeno complesso e che, alla sua base, per le ragioni più disparate, vi è insoddisfazione per lo status quo.

L’annus horribilis per quanti temono il diffondersi del populismo è stato il 2016, quando, con il referendum sulla Brexit, la maggioranza dei cittadini del Regno Unito ha votato per lasciare l’Ue mentre, qualche mese dopo, Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Entrambi gli episodi sono stati considerati come una vittoria del popolo contro i poteri forti, la casta, i burocrati, gli eurocrati, l’establishment, e chi più ne ha più ne metta. L’anno successivo, Marine Le Pen, leader della destra nazionalista francese, è riuscita ad arrivare al ballottaggio nelle elezioni presidenziali in Francia ma non a battere Emmanuel Macron.

Eppure, nelle ultime tornate elettorali, in alcuni Stati membri dell’Ue, l’ondata populista non si è arrestata, giungendo ad erodere i consensi dei partiti tradizionali, soprattutto quelli di sinistra, che meno hanno saputo rispondere in questi anni alle domande provenienti da una classe media indebolita dalla crisi economica ed una classe operaia in preda all’incertezza del futuro, mentre la povertà ed il divario economico all’interno di molti Paesi europei cresce sempre di più.

Durante la crisi economica in Grecia, nel 2012, i populisti della sinistra radicale di Syriza raggiunsero il 27% dei voti e, nel 2015, raggiunsero il governo con circa il 36% dei suffragi, mentre gli estremisti di destra di Alba Dorata si sono attestati al 7%. In Spagna, nel 2015, Podemos, partito contro l’austerità, ha raggiunto il 21% dei voti, solamente un anno dopo la sua fondazione. Alle elezioni di aprile 2019, però, Podemos è sceso al 14,3% mentre Vox, partito di estrema destra, ha raggiunto il 10,3%. In Germania, Alternativa per la Germania, partito populista di destra, ha raggiunto il 12.6% dei suffragi, principalmente a spese del dei cristiano-sociali e dei socialisti. In Austria, il Partito della Libertà, un movimento di estrema destra fondato da un ex nazista nel 1956, ha superato il 20% dei voti per la prima volta nel 1994 ed è ora al governo, come partner della coalizione, per la quarta volta. In Italia, nel marzo 2018, due partiti populisti, la Lega ed il Movimento 5 Stelle, dopo le elezioni che li hanno visti crescere esponenzialmente, hanno raggiunto un accordo per formare un governo. I Democratici Svedesi, un partito di estrema destra con origini nel movimento neonazista, aveva ottenuto solo lo 0,4% dei voti nel 1998, ma nelle ultime elezioni ha raggiunto il 17,6% dei suffragi. Più di recente, alle elezioni politiche tenutesi ad aprile 2019 in Finlandia, un Paese dove certo non si vive male, il partito degli estremisti di destra Veri Finlandesi è diventato la seconda forza politica del Paese, con il 17,5% dei voti, mentre i Socialdemocratici si sono attestati al 17,7%.

In Estonia, alle ultime elezioni politiche di marzo 2019, il Partito Popolare Conservatore Estone ha ottenuto 19 seggi in Parlamento su 101, triplicando il numero di parlamentari rispetto alle precedenti elezioni del 2015. Successivamente, è entrato a far parte del governo ottenendo anche cinque ministeri importanti. È interessante osservare che nel proprio programma si contempla la protezione degli estoni autoctoni ed il respingimento degli immigrati, rifiutando le unioni tra persone dello stesso sesso ed il femminismo. Mart Järvik, da poco nominato ministro, è arrivato a sostenere che i principali politici estoni siano segretamente ebrei, mentre Martin Helme, un altro esponente del partito, ha usato toni razzisti evocando una «Estonia bianca» ed utilizzando slogan contro le persone di colore.

Questo dimostra quanto il fenomeno del populismo sia complesso e come, in molti Paesi il populismo stia saldandosi con le istanze dei partiti conservatori di estrema destra, con il rischio che questi sviluppino delle agende politiche che mettono in discussione alcuni diritti fondamentali acquisiti nelle democrazie occidentali, come la parità di genere, la libertà di stampa, ecc.

Il prossimo banco di prova saranno le elezioni del Parlamento europeo. Secondo uno studio dell’European Council on Foreign Relations, i partiti di estrema destra potrebbero arrivare ad acquisire circa un terzo dei seggi del nuovo Parlamento europeo. Questi, se riuscissero a sviluppare delle sinergie con i rispettivi governi in seno al Consiglio dell’Ue, dove di volta in volta siedono i ministri degli Stati membri in base all’argomento discusso, sarebbero in grado di influire sulla presa di decisioni a livello europeo, rallentando o ostacolando una riforma delle istituzioni o delle politiche europee riguardanti la politica estera, la zona euro, lo stato di diritto e la migrazione.

Joerg Meuthen, portavoce del partito Alternativa per la Germania, ha dichiarato: «Vogliamo riformare l’Unione europea e il Parlamento europeo, senza distruggerli. Vogliamo portare un cambiamento radicale». Il suo ed altri partiti estremisti, come il Partito popolare danese, che ha raggiunto il 21% dei voti alle ultime elezioni, condividono politiche contro l’immigrazione, promuovono la sovranità nazionale e alcune libertà individuali.

Proprio in vista delle elezioni europee, i partiti populisti italiani sono alla disperata ricerca di alleati in Europa. Infatti, per operare efficacemente nel Parlamento europeo, i partiti devono fare parte di gruppi politici costituiti da minimo di 25 deputati provenienti da almeno un quarto degli Stati membri. Alcuni esponenti di questi partiti hanno manifestato la volontà di aggregarsi in una famiglia politica, l’Alleanza europea dei popoli e delle nazioni, dopo le elezioni di maggio, aggregando dieci partiti provenienti da quattro diverse famiglie politiche attuali.

Del resto Matteo Salvini, leader della Lega, ha già cercato senza troppo successo di stringere alleanze con il polacco Jaroslaw Kaczynski e l’ungherese Viktor Orban. Proprio il partito di quest’ultimo, Fidesz, è stato sospeso dal Partito popolare europeo (Ppe), l’alleanza di centro-destra a livello europeo, probabilmente per tranquillizzare il proprio elettorato moderato, mentre la sospensione lascia comunque la porta socchiusa a Orban. L’ambiguità di tale posizione è dimostrata dal fatto che Jean-Claude Juncker, presidente uscente della Commissione Europea e membro del Ppe, che una volta salutò Orban dicendogli «ciao dittatore», in una recente intervista al quotidiano polacco Rzeczpospolita ha dichiarato di tenere il primo ministro ungherese nella «massima considerazione», arrivando ad affermare che «è sempre stato un eroe».

Il problema dei populismi e dei partiti che vi si ispirano è che questi non possono realmente cooperare a livello europeo perché sono troppo concentrati sui loro interessi nazionali. Intanto, Salvini ha convocato una riunione dei partiti antieuropeisti, a Milano, il 18 maggio. I convitati potranno anche essere presenti in quella che sembra più un’iniziativa di comunicazione politica, a pochi giorni dalle elezioni europee, che il punto di arrivo o di partenza di una piattaforma collettiva degli antieuropeisti, ma la vera risposta da attendere e quella dei cittadini europei.

 

 

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