L’accordo di pace americano non convince i palestinesi

Conferenza a Manama su “Pace e prosperità”, una sorta di antipasto del famoso “accordo del secolo” promesso da Trump e dal genero Kushner per riportare la pace tra israeliani e palestinesi. Si parla di soldi, ma non di politica, però, e brillano le assenze

Il 25 e 26 giugno a Manama, la capitale del piccolissimo (27 kmq) e ricchissimo regno del Bahrein si è svolta la conferenza economica denominata dagli organizzatori statunitensi “Pace per la prosperità”, in riferimento ai territori palestinesi occupati da Israele fin dal lontano 1948 e successivamente ampliati nel 1967.

Riguarda l’aspetto economico del più vasto piano Trump per la pace fra israeliani e palestinesi, di cui si parla da tre anni senza peraltro conoscerne i contenuti specifici. Si tratterebbe del cosiddetto “accordo del secolo”, the deal of the century, come lo ha definito Donald Trump, e al quale stanno lavorando da tempo Jared Kushner, genero di Trump e consigliere della Casa Bianca, e Jason Greenblatt, rappresentante speciale Usa per i negoziati internazionali.

Va dato atto che l’adesione a questo progetto statunitense di vari Paesi arabi dell’area e il fatto che la conferenza si sia svolta in Bahrein è un passo avanti rispetto al passato, ma è difficile dare credito a questo misterioso accordo al quale non si capisce chi aderirebbe e di cui viene continuamente rinviata la presentazione: per ora l’ostacolo principale, secondo gli organizzatori, sarebbe la mancata formazione del nuovo governo israeliano e l’annuncio di nuove elezioni in autunno.

Pool Photo via AP
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Ma già si prospetta proprio in autunno anche l’avvio della nuova campagna presidenziale statunitense, che creerà negli Usa, probabilmente, condizioni politiche non favorevoli alla presentazione del piano Kushner. Insomma, the deal of the century sembrerebbe da rinviare a una data imprecisata, sempre che si verifichino due condizioni politiche fondamentali, per adesso entrambe incerte: un nuovo governo Netanyahu in Israele entro il 2019 e la rielezione di Trump a presidente Usa nel 2020.

Nel frattempo era necessaria una qualche iniziativa, come la conferenza di Bahrein, per mantenere in vita una proposta che i palestinesi si sono da sempre rifiutati anche solo di prendere in considerazione, e che attualmente pare interessare molto poco anche Netanyahu: un negoziato adesso con i palestinesi rischierebbe di favorire alle prossime difficili elezioni israeliane i partiti a destra del Likud, il partito del premier.

C’è un solo punto sul quale converge un certo interesse di una parte consistente degli attori in gioco, soprattutto nel mondo arabo schierato con Trump nella contesa contro l’Iran: sono i 50 miliardi di petrodollari di investimenti ventilati a più riprese da Kushner per favorire la prosperità dei palestinesi, e in second’ordine la pace. Peccato che questa “prosperità” non contempli, secondo Kushner, il riconoscimento dell’autonomia, tanto meno l’esistenza di uno Stato palestinese vero e proprio. E dei 50 miliardi di dollari (in 10 anni), solo la metà, forse, andrebbero effettivamente ai palestinesi.

Di fatto a Manama ci sono stati soltanto delegazioni di secondo piano, e molti importanti invitati hanno declinato l’invito. Non partecipano marocchini e giordani, ma soprattutto non ci sono russi e cinesi ed, evidentemente, neppure gli iraniani. L’Ue e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno inviato solo qualche osservatore, come pure diverse importanti banche statunitensi che erano state invitate.

Del problema politico non se ne parla, per ora, ma solo di soldi. E, in questo, il ruolo di mediatore che gli Usa rivendicano è davvero poco credibile, date le premesse: negli ultimi due anni hanno imposto lo spostamento a Gerusalemme (da Tel Aviv) dell’ambasciata statunitense, hanno sancito la sovranità israeliana sul Golan (siriano) e tagliato i fondi all’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati della Palestina. Tutte misure contro i palestinesi, nessuna in loro favore. È abbastanza facile capire, allora, perché i palestinesi sia a Gaza che in Cisgiordania abbiamo deciso uno sciopero generale per rispondere alla conferenza del Bahrein.

Nonostante tutto, la pace e la prosperità non sembrano interessare i palestinesi, se il prezzo da pagare è, a quanto pare, la rinuncia definitiva ad ogni rivendicazione della propria identità.

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