Laboratorio di minoranze

Èsempre più inquietante la situazione di un Paese che non riesce a trovare il bandolo della matassa per l’elezione di un presidente, con il paradosso che il consenso di massima sul nome del candidato – Michel Suleiman – è stato trovato, ma che questo fatto stenta a tradursi in comportamenti conseguenti da parte del parlamento. Le condizioni poste dalle diverse componenti dell’intricato panorama politico libanese sembrano aumentare e divenire sempre più difficili da inserire in un disegno complessivo di riconciliazione e di riavvicinamento delle posizioni. Oltre all’elezione del presidente, oggetto del confronto politico è da una parte la formazione di un governo di unità nazionale, dall’altra il varo entro un arco di tempo ragionevole di una nuova legge elettorale. Si tratta di un pacchetto di misure in cui ciascuno cerca di inserire un elemento di vantaggio o di interdizione. Il risultato non è semplicemente la paralisi, situazione già in sé stessa pericolosa, ma l’acuirsi delle tensioni e della tentazione del muro contro muro. Un tema che mi pare degno di approfondimento è la definizione di maggioranza e dei suoi diritti. In un Paese che è un mosaico religioso e culturale, la regola della maggioranza politica ha avuto storicamente poca presa, tanto che il sistema politico prevede un’oculata distribuzione delle principali cariche istituzionali ai diversi gruppi. Tuttavia, ciò non autorizza minimamente le componenti non maggioritarie ad una politica di veti e di dilazioni. Si tratta di trovare un giusto dosaggio tra gli elementi caratterizzanti della democrazia rappresentativa, fondate sulla partecipazione individuale (una testa, un voto), e quelle dettate da una realtà sociale che si basa anche sull’appartenenza comunitaria. In Libano si manifesta in modo acuto un problema che in qualche misura molte società stanno sperimentando, e cioè il fatto di essere composte non da una chiara maggioranza cui si contrappone una minoranza, ma da un insieme di minoranze che devono dialogare per trovare un nesso fondamentale, per formare davvero una comunità politica. Questo esercizio, di per sé già estremamente difficile, è reso ancora più complicato da uno sfondo di tensioni irrisolte: la questione palestinese, l’inimicizia tra Siria e Israele, il ruolo ambiguo dell’Iran. Un rompicapo che sinora nemmeno la Lega araba è riuscita a risolvere. E che gli assassini politici legati alle indagini sull’omicidio di Hariri rendono sempre più drammatico.

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