La vita di Charlie

A proposito dell’articolo “Nell’interesse di Charlie?”, apparso nel sito www.cittanuova.it il 5 luglio 2017
Charlie Gard

Sono un medico. E mi sento sotto attacco per la storia di Charlie. Negli ultimi giorni qualcuno ha addirittura minacciato di morte gli operatori dell’ospedale di Londra. Operatori che nei mesi scorsi hanno fatto di tutto per aiutarlo e curarlo. Ritenete veramente che medici e giudici possano volere la morte di una creatura indifesa? Non sarà invece semplicemente un caso di accanimento terapeutico, condannato da tutti, Chiesa compresa? Per non parlare di chi tira in ballo l’eutanasia: la sospensione di trattamenti inutili non ha nulla a che vedere con l’atto intenzionale di “far morire”. Qui l’eutanasia non c’entra nulla. A. Ivereigh su Crux ha chiarito: «Medici e giudici non sono i nemici».

Tra l’altro, nella contrapposizione semplicistica fra medici, genitori e giudici si è perso di vista il profondo travaglio di tutti. Basta leggere la sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), come ha sottolineato su La Stampa il prof. Gristina, uno dei “padri” dell’umanizzazione dei reparti di rianimazione in Italia, e F. Cancelli sull’Osservatore Romano. Ma chi dovrebbe tutelare Charlie, se non i medici e lo Stato, qualora l’umana e comprensibile disperazione dei genitori lo esponesse a trattamenti infondati e sproporzionati, pur proposti per amore?

Infine: al di là del dolore, che è personale, non c’è il rischio di una frammentazione ideologica in tutto il dibattito? Il “piccolo” affettuoso tweet di papa Francesco, di vicinanza ai genitori, con l’offerta dell’intervento dell’ospedale Bambino Gesù, si è trasformato purtroppo nei toni da crociata di altri, difensori di «Charlie coraggioso guerriero»! Un medico

Capisco la sua amarezza, specialmente per i toni da crociata e le minacce. I media tendono a dare spazio agli eccessi di pochi. Però qui c’è una vita in gioco. E non è sempre facile stabilire dove sia il confine dell’accanimento terapeutico, o decidere quando una vita non è più degna di essere vissuta. Per cui, nel dubbio, tra l’amore disperato dei genitori e il giudizio dei medici o di una Corte di giustizia, preferirei dare un’altra possibilità al papà e alla mamma, anche se qualche volta il loro amore può sembrare eccessivo. L’alleanza tra medici e genitori è l’obiettivo primario da ricercare, con tenacia. Ma quando fallisce, ricordiamoci che comunque è la capacità di amare (la vita) quella che ci contraddistingue come uomini e donne. (GM)

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