La satira sui regimi

In tutta la regione asiatica il controllo su social media è molto discreto, ma efficace, preciso e puntuale. I rapper thai hanno tuttavia trovato un modo per dire la loro sul governo militare.

Lo stretto controllo sui social media è diffuso un po’ in tutto il mondo e attuato da gran parte dei governi locali: anche nel Sud-Est asiatico le forze dell’ordine specializzate controllano, leggono, seguono e intervengono per prevenire oppure per ottenere prove, informazioni utili, reti di amicizie e quant’altro serve per reprimere il crimine. In Europa si gode di una grande libertà sconosciuta altrove. Quello che viene passato sulle tv europee è impensabile da noi: il comico di turno finirebbe in carcere per una ventina d’anni, ma solo se al momento di arrestarlo fosse ancora vivo!

Qualche esempio? Da 4 anni la Thailandia è guidata da un regime militare e, nonostante le pressioni della comunità internazionale, non esiste ancora una data certa per future elezioni politiche: si parla finalmente di marzo. Il malcontento popolare sta crescendo, soprattutto tra i giovani, come descrive molto bene il Bangkok Post, un quotidiano che deve stare «molto attento» con i suoi reportage e articoli, per non cadere sotto la scure della sezione 44 della costituzione militare: un articolo critico, un’intervista o una canzone possono essere fatali per chi li mette online. Non solo: il governo voleva varare una legge sul controllo della rete pressochè unica nel suo genere, con la possibilità di arrestare i cittadini o chiunque si trovi sul territorio nazionale fosse solo per i contenuti inviati attraverso i social, senza bisogno di un mandato da parte di un’autorità competente.

Di fronte a tale proposta, l’opinione pubblica si è risentita e il governo, almeno da un punto di vista formale, ha dovuto ritirare la legge, anche se alcuni analisti delle regione affermano che, in pratica, questo controllo della polizia postale, che viola completamente la privacy dei cittadini per una certa «sicurezza nazionale», è in pratica già in atto da tempo. La legge era solo una formalità burocratica, diciamo così.

Intanto un gruppo di rapper thailandesi sono usciti con una canzone, Prathet ku mee, che vuol direla mia nazione ha”: un’innocua canzone che parla di cosa ci sia in Thailandia al momento, a differenza di altri Paesi. «La mia nazione è quella dove i ricchi posso uccidere una pantera nera in un parco nazionale e restare impuniti; dove i poveri sono sempre più poveri, dove non c’è libertà d’espressione…», dice il testo, mentre il video diffuso su Youtube propone delle scene che ricordano la sanguinosa rivoluzione del 1976, dove furono trucidati centinaia di studenti.

Nessun accenno al nome “Thailandia”, naturalmente. In pochi giorni di diffusione in rete, la canzone ha raccolto qualcosa come decine di milioni di adesioni e quasi il 100% di approvazione. Un fatto allarmante per il governo thai, che smania dal desiderio di avere anche solo la metà di tale rating. Insomma, un fatto sensazionale, che ha bloccato ogni mossa ufficiale per portare al processo i rapper.

Il testo della canzone, a confronto con la critica e la vera satira che si puo’ ammirare contro i nostri politici italiani, appare come «un bicchiere d’acqua fresca confrontato con uno di cognac francese», come ha affermato un noto giornalista che vuole rimanere nell’anonimato. Intanto il regime thai ha le mani legate e non ha convenienza a bloccare in modo ufficiale i rapper: si scatenerebbe il malcontento popolare, già elevatissimo nella bella nazione degli “uomini liberi”.

Persone vicino al primo ministro thai, Payut Chan-o-cha (che ha commentato: «Siamo così cattivi e despoti come ci descrivono?») stanno muovendosi per azioni legali personali, in quanto si sentono offesi dalle parole dei rapper. La canzone è impossibile da visualizzare nei Paesi limitrofi: il regime ha evidentemente chiesto ai governi confinanti di bloccare la canzone, e i governi della regione hanno tutta la convenienza nel non diffondere queste «idee malsane» tra i loro cittadini.

Intanto chi può si gode la satira europea, talvolta davvero indovinata. Forse nel Vecchio continente non ci rende conto del patrimonio democratico di cui ancora si gode: scherzare sul primo ministro italiano per l’acquisto degli F35, o sul presidente francese che perde pezzi di governo, o sulla Merkel che si dimette a rate è un sogno, da questa parti del mondo.

 

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