La patologia dell’azzardo vista da vicino

Secondo una tesi citata dalla società Lottomatica non sarebbe possibile provare un rapporto di causa/effetto tra il consumo di azzardo e gli effetti psicopatologici sulle persone. Riportiamo le considerazioni di una psicoterapeuta con una grande esperienza sul campo a partire, prima dei numeri, dalle “persone che ho incontrato”  
AP Photo/Al Behrman, File

Viviamo forse in mondi paralleli? Può darsi.  Me lo sto chiedendo in questi giorni, leggendo alcune affermazioni sul tema dell’“azzardopatia”, per usare un termine giornalistico che non amo molto, visto che ne esiste uno scientifico che è “disturbo da gioco d’azzardo” (ma che almeno non è quel lemma improbabile di “ludopatia”, per carità!); “azzardopatia” che mi vede in prima linea ad occuparmene ormai dal lontano 1999  – con un gruppuscolo di sparuti colleghi, sparpagliati qua e là in Italia e in Canton Ticino.

Diciotto anni di costante studio, stimolante ricerca, dura clinica.

Non mi appassiona soffermarmi sul perché e su chi sia stato a formularle, queste affermazioni.

Mi interessa invece dare un senso alle molte ore che ho passato in tutti questi anni a cercare di trovare risposte alle sofferenze delle tante persone e famiglie coinvolte, vittime dell’azzardo di stato, che non mi sono certo apparse in sogno, ma che ho conosciuto una ad una, in carne ed ossa, debiti e lacrime.

ANSA/LUCA ZENNARO
ANSA/LUCA ZENNARO

Ho sentito la necessità di riportare il baricentro della discussione su un’esperienza ordinaria, fuori dai riflettori dei talk show, lontana dagli scranni parlamentari e istituzionali, o dai contesti blasonati dei dibattiti pubblici: esperienza umile la mia, lontana da quei luoghi (o non-luoghi?), ma non per questo meno reale… Desidero ridare senso a questi anni di fatiche condivise con i tanti pazienti e loro familiari, perché non voglio vadano persi, mescolandosi alle banalizzazioni e approssimazioni che ho letto.

In questi anni, ho potuto osservare tutte le progressive fasi dello sdoganamento dell’ azzardo in un Paese, l’Italia, che sino al 1995 lo aveva intenzionalmente contenuto: non per ottuso proibizionismo, come si vorrebbe suggerire, bensì per promuovere un progetto di società civile fondato sull’impegno e non sul caso, sui propri meriti e non sull’azzardo, sulla solidarietà e non sullo sfruttamento.

Anno dopo anno ho osservato scivolare sotto i miei occhi impotenti e preoccupati le puntate al rialzo fatte di volta in volta dalla nostra politica, perlopiù tramite le leggi finanziarie: sempre più azzardo diffuso nel territorio, sempre più soldi del popolo attratti da questo magnete etereo, sempre più vittime condannate a restare invisibili, perché vederle – o consentire di vederle – avrebbe generato quella dissonanza cognitiva che rischiava di portare ad un cambiamento. Cambiamento che la politica non voleva, e che non vuole neppure oggi, prendere in considerazione.

Perché non ho bisogno di nessuna indagine epidemiologica per non avere dubbi sull’esistenza di questo grave problema psico-socio-sanitario, ma anche economico, culturale, che investe la vision stessa del nostro Paese?  Perché mi guardo intorno e vivo nel mondo reale (basta entrare in un bar o in una ricevitoria).

Perché in questi anni agli sportelli di consulenza ed orientamento di AND sono arrivate più di 3.000 persone distrutte dall’azzardo (e la nostra casistica è solo la punta dell’iceberg).

Perché gli stessi dati di afflusso “a valanga” si riscontrano in tutti quei pochi servizi e centri che per primi hanno accolto i pazienti, anche più di 200 casi all’anno, e che hanno strutturato affidabili e documentati modelli di intervento clinico, a volte anche molto sofisticati, con tanto di valutazioni di esito (pubblicati e dunque reperibili da qualsiasi studioso serio che ne volesse entrare in possesso).

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Perché questi nostri pazienti un tempo erano persone “normali”, che facevano una vita “normale” (casa, lavoro, famiglia, amici, qualche svago, qualche piccolo sogno…) sino a quando hanno cominciato a comprare grattini, o a scommettere invece di giocare al totocalcio, o a restare incollanti ad una slot. Anche questo è giocare d’azzardo.

I nostri pazienti sono tutti ammalati di azzardo legale, a riprova che il gioco, sebbene legale, quando è d’azzardo, non è affatto un “gioco sicuro”.

Perché qualcosa è cambiato da quando non è stato più l’italiano a doversi attrezzare per raggiungere i paradisi dell’azzardo, ma è stato da questi raggiunto in modo subdolo e strisciante nella sua quotidianità.

Perché siamo stati intossicati dall’azzardo di stato. Inutile ormai negare l’evidenza (non sarà oggi né domani forse, ma la storia presto o tardi lo testimonierà).

Ciò che 20 anni fa non esisteva, oggi è parte integrante del nostro tessuto: è cambiato lo scenario. Da noi, come da nessun’altra parte l’offerta è stata così aggressiva.

Vivo a 20 chilometri da Lugano. E posso dirlo. L’organizzazione dell’offerta può attenuare, ma anche amplificare, l’impatto di questa industria velenosa sul benessere sociale.

Ci troviamo di fronte ad una dipendenza perfetta, perché senza sostanza.

Una dipendenza studiata ad arte, perché ancorata sui meccanismi facilmente programmabili del condizionamento operante e classico, gestibili a tavolino dal banco, che – per definizione – vince sempre.

Il fenomeno è noto. La letteratura scientifica, specialmente straniera ma non solo, è ormai imponente. Non c’è nulla da inventare. La prevenzione “strutturale” – che ha a che fare con l’emanazione di norme e regolamenti atti a disciplinare e limitare il consumo in tutti gli ambiti delle dipendenze patologiche – si è dimostrata determinante. Senza di essa, non si va da nessuna parte.

Infine, i giocatori d’azzardo che hanno perso il controllo, quelli che ho incontrato, non sono numeri. Sono Gino, Maria, Luca…. Ma ci sono anche i loro familiari: in particolare, i figli; ammorbati dall’ansia costante, incapaci di decodificare e rappresentare i propri vissuti emotivi, con immagini di sé poco organizzate e autostima vulnerabile…. Un’intera generazione persa al gioco d’azzardo.

Dopo quasi venti anni di scempio, meriterebbero almeno un po’ di rispetto e la maturazione di quella competenza professionale specifica che si costruisce con molta fatica, approfondito studio e costante confronto clinico, da parte di chi li vorrà curare, lontano dalle luci della ribalta e alla larga dalle seduzioni dell’industria.

Daniela Capitanucci è socio fondatore di  AND-Azzardo e Nuove Dipendenze, psicologa e psicoterapeuta

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