La parrocchia al servizio degli ultimi

L’avventura gioiosa di don Rito Alvarez, che in un anno nel suo “ospedale da campo” ha accolto più di 15 mila immigrati
Migranti

È sul confine con la Francia, a pochi chilometri dalla frontiera, la chiesa ospedale da campo dove il parroco non ha scelto i propri progetti, ma di essere vicino alla gente che Dio gli ha affidato. A S. Antonio, nel quartiere delle Gianchette, nessuno è escluso dalle sue cure, dalla sua preghiera e dal suo sorriso. Don Rito Alvarez non si aspetta i saluti e i complimenti, ma per primo offre la mano, rigettando i pettegolezzi, i giudizi e i veleni.

Ha il cuore libero: non è un ragioniere dello spirito, ma un buon samaritano in cerca di chi ha bisogno. Prete di frontiera, o meglio per dirla alla papa Francesco, prete delle periferie: urbane ed esistenziali. Nel suo ospedale da campo ha accolto in 440 giorni più di 15 mila immigrati.

Marech e sua sorella sono stati tra i primi ad arrivare davanti alla chiesa. Erano impauriti e spaventati. Avevano fame e cercavano un briciolo di sicurezza. «Ho aperto loro una stanza, hanno dormito, mangiato qualcosa. Si sono ripresi. Grazie ai volontari hanno trovato lavoro». Inizia così l‘avventura alle Gianchette per don Rito e i meravigliosi volontari che non si sono voltati dall’altra parte, ma hanno condiviso giorno dopo giorno il lavoro di accoglienza per questo fiume di persone che s’è rifugiato dove la carità cristiana e la misericordia hanno aperto porte. Dispensato sorrisi, incoraggiato e sostenuto situazioni al limite.

Ventimiglia è la Lampedusa dell’Italia del nord, la porta sull’Europa. E purtroppo anche “frontiera chiusa” ai tanti sogni degli immigrati di poter raggiungere i paesi del nord e ricongiungersi con i loro parenti. Ma questo non si può. Ventimiglia, o meglio la Francia, dice no agli ingressi degli irregolari. Respinge tutti compresi i minori. E allora Ventimiglia diventa la città dell’accoglienza che si spacca in due. Gli immigrati sono troppi, creano conflitto, disturbano, sporcano. Per altri sono uomini come noi che devono essere accompagnati, aiutati, sostenuti.

Le associazioni umanitarie si fanno in quattro, come la Caritas e la Croce Rossa. E don Rito da fine maggio 2016 sino all’agosto 2017 – quando in accordo con la Prefettura e il comune il centro ha chiuso ufficialmente – s’è buttato nella mischia. Un’esperienza carica di entusiasmo, di carità concreta non predicata.

Ma l’amore evangelico divide: molti residenti erano contrari, diversi non hanno più frequentato la chiesa. «Ma moltissimi, a cominciare da tanti abitanti del quartiere, ci hanno aiutato e sono stati i veri protagonisti di un progetto di accoglienza diventato un simbolo nazionale e internazionale, facendo della parrocchia un vero punto di riferimento per i poveri, per gli ultimi. «Quello che abbiamo fatto per i migranti continuiamo a farlo anche ora per i poveri: sempre con l’aiuto di Caritas. Ogni giorno dalle 9 alle 11 distribuiamo pane, viveri abiti, quello che c’è».

Ora, dopo dieci anni da parroco, don Rito lascia questa parrocchia per un’altra. Cosa resta di questa esperienza domandiamo, perché ha fatto tutto questo? «Come sacerdote mi trovo spesso a dare messaggi, ma non è questo. Io devo lasciare dei segni concreti, così ho cercato di essere in prima linea per affrontare queste nuove sfide a cui eravamo chiamati a vivere. Resta tanto entusiasmo. Ho negli occhi il volto di tante persone che abbiamo accolto, dei tanti che ci hanno aiutato. E poi – continua don Rito –, mi restano riflessioni profonde e domande sul senso dell’essere cristiani. Sulla capacità di dare tempo, di non misurare nulla. Di avere sempre la porta aperta. San Francesco diceva ai suoi frati “andate a predicare, e se necessario fatelo anche con la parola”. La gente aspetta da me prete che io viva la dimensione evangelica, nella concretezza di un cammino con i fratelli che è qualcosa che ti segna per sempre. Allora non fai distinzioni se questo è musulmano, ateo, cristiano. Ti senti circondato da fratelli e doni loro quello che hai… quello che puoi. Sempre».

Perché, domando ancora, tanta difficolta e durezza nell’accogliere chi arriva da un altro paese? «Perché ci manca una mentalità globale, basata sul bene comune. Ci manca una grande forza di autenticità della nostra identità in quello che viviamo quotidianamente. Ai cittadini d’Europa, alla politica, manca la forza di azioni profetiche lungimiranti. Ci stiamo chiudendo sempre di più. In Italia siamo incapaci di agire con visioni e progetti a lungo termine, di capire ciò che si vive».

Le porte della chiesa per questa singolare accoglienza sono state aperte nell’anno della Misericordia. Gli ebrei intendono la misericordia come fare spazio all’altro: «Nella nostra comunità mi pare siamo riusciti. Abbiamo fatto spazio nel ventre della comunità, come una mamma che fa spazio nel suo ventre per accogliere la vita. Lo spazio costa, ma dà vita. Il senso della misericordia è questo, fare spazio per dare vita. Per accogliere».

 

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