La Parola crea famiglia

Un monastero benedettino in Polonia modella la sua vita secondo la Parola. La luce del carisma dell’unità mette in evidenza i segni di comunione presenti nella Regola di san Benedetto. Una nuova comprensione dell’identità del 'monaco'.

In mezzo alla vasta catena dei Sudeti polacchi c’è una piccola collina sulla quale quasi seicento anni fa è stata costruita la bella Chiesa dell’Annunciazione. Vicino ad essa hanno il loro convento i fratelli benedettini, che facendo propria l’esperienza di S. Gregorio Magno affermano: “Scriptura crescit cum legente”, quando la parola diventa vita cresce, crea famiglia, preannuncia il Cielo.

La lectio divina nel nostro oratorio dura un po’ meno di un’ora. In questo tempo ognuno si immerge nell’oceano di sapienza della Parola di Dio. Di tanto in tanto solleva gli occhi dalla Bibbia, alza la testa e guarda verso l’altare. Lo sguardo è attirato dall’antica figura di Gesù crocifisso, dal tabernacolo e dall’immagine di Maria (è bella, come fosse illuminata dall’interno; proviene dalla scuola di Rembrandt).

Sulla parete posteriore dell’oratorio abbiamo messo un’icona di san Benedetto. La sua aureola supera i margini della stessa icona e allarga il suo cerchio vittorioso al di fuori di essa, quasi ad abbracciarci.

Tre volte “in unum”

Un’antica tradizione ci porta a radunarci quotidianamente “in unum”, in unità, intorno a un tavolo nella sala capitolare, dove leggiamo il libro della Regula Monachorum. L’invito si trova tre volte nella Regola (RB 42).

In questa parola, che di per sé indica il semplice radunarsi per ascoltare insieme la lettura degli scritti degli antichi padri o per pregare la compieta, ci pare di intravedere le parole del Vangelo di Giovanni: “Gesù doveva morire per raccogliere insieme – in unum – i dispersi figli di Dio” (Gv 11, 51-52); “che tutti siano uno – unum – (Gv 17, 21); come pure le parole del Salmo 132 (133): “Com’è bello e giocondo quando i fratelli vivono in unità – in unum!”.

Parola di vita

Leggendo i frammenti dei capitoli 72/73 del codice della Regula Monachorum (l’originale è conservato nell’Abbazia di Sankt Gallen in Svizzera) teniamo presente il principio: “Structura litteraria operis revelat mentem autoris”, la struttura letteraria di un’opera antica rivela l’intenzione del suo autore.

Allora, come “in unum” ripetuto tre volte in RB 42 ci ricorda, non senza un fremito interiore, il mistero di Dio Uno e Trino, così quelle parole del nostro codice ci ricordano che, come nel caso della Sacra Scrittura, la parola che leggiamo è “parola di vita” (Fil 2, 16) che ci è stata lasciata, non perché fosse venerata come un commovente ricordo del nostro venerato Fondatore, ma perchè la mettessimo in pratica.

La lettura della Scrittura nell’antica melodia della lingua latina (quella di Benedetto suona in modo simile alla lingua vulgata di Gerolamo) ce ne fa conoscere sempre più esattamente la bellezza e singolarità. Ma ciò che cerchiamo fondamentalmente di fare non è questo. È piuttosto il cercare di applicare il Vangelo nella vita quotidiana nel monastero e nei nostri rapporti con i fratelli di altri Istituti di vita consacrata, sia quando loro vengono da noi o noi andiamo da loro, sia anche quando siamo uniti a distanza.

In un’atmosfera di amore scambievole desideriamo aderire alla persona di Nostro Signor Gesù Cristo e attraverso di Lui, grazie allo Spirito Santo, andare al Padre insieme a tutti coloro che ci circondano. Sentiamo chiaramente che in questo impegno ci aiutano Benedetto e i suoi primi fratelli Mauro e Placido. Essi erano esperti sia nella spiritualità monacale, sia nella lingua latina, come canta l’inno a loro dedicato: “Fratelli fra fratelli / qui si sentono se stessi / il cielo è unito alla terra / in un dialogo d’amore / la luce che si era offuscata / ora brilla di nuovo / esplode la gioia della vita / l’incanto della comunione”.

Tre volte “serviant”

Potremmo dire molte cose sui doni che ci porta la comunione con i fratelli. Ma ora ci limitiamo a dire ciò che essi ci suggeriscono durante la lettura del capitolo De septimanariis coquinae, di coloro che per una settimana lavorano in cucina, che si trova al centro della Regola dei Monaci: (RB 35). Vi leggiamo riecheggiare l’invito di Gesù a “lavare i piedi gli uni degli altri”.

Per tre volte la Regola ripete: “Fratres sibi invicem serviant”, i fratelli servano gli uni gli altri (RB 35,1); “Sibi sub caritate invicem serviant”, che servano gli uni gli altri con amore (RB 35,6); “Serviant fratribus suis”, che servano i propri fratelli (RB 35,13).

La vita di tutti i giorni e la lettura quotidiana del testo latino della Regula Monachorum, l’una unita all’altra, ci fanno concludere che il lavoro nella “dominici schola servitii”, scuola di quel servizio che ci ha insegnato il Signore (RB Prol.), e concretamente il lavoro in cucina, è per noi un modo di creare nella nostra casa l’atmosfera del Cenacolo.

Qui Gesù lava i piedi ai suoi discepoli (Gv 13, 4-11; RB 35,9); qui insegna loro, come servire gli uni gli altri (Gv 13, 12-17; RB 35,9); qui tre volte dà ai suoi amici il “comandamento nuovo” dell’amore scambievole. Qui la persona diventa dono alla persona, qui Gesù introduce nel mistero della vita del Dio Uno e Trino (Gv 13, 31-35; RB 72).

La questione dell’identità

Domandiamoci alla fine: chi sono i fratelli che leggono “in unum” la “Regola di Benedetto”? Viene da rispondere: “Quei fratelli sono monaci”. I trattati di spiritualità cristiana insegnano che i monaci (dal greco monos, solo), sono dei “solitari”. Sono quelli che vivono da solo a solo con Dio; in monastero hanno la chiesa, il coro, la propria cella. Qui meditano. Qui ognuno canta: “O beata solitudo, o sola beatitudo!”, o felice solitudine o unica beatitudine!

Invece Benedetto dedica la sua Regola ad un altro tipo di monaci, ai cenobiti (dal greco koinonia, comunità), che chiama “cœnobitarum fortissimum genus”, il tipo più forte di monaci. Nel monastero della Regola di S. Benedetto il monaco amico di Gesù non è quello che è monos-solo. Al contrario: è quello “che vive insieme ai fratelli e in unità con loro grida ad alta voce al cospetto della Chiesa e del mondo la verità della sua vita: Monos ho Theos! Solo Dio Vero Uno e Trino!”.

Chiediamo agli amici di sostenere con la preghiera la nostra vita “ob honorem et reverentiam Sanctae Trinitatis”, per l’onore e la riverenza dovuti alla Santa Trinità (RB 9). Solo nella “dimensione trinitaria” la parola del Vangelo trasmessaci nella Regola può crescere, creare famiglia, suscitare speranza, preannunciare e render vicino il Cielo a coloro che ci circondano.

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