La mia lotta contro la corruzione

Da poco Stefano (nome fittizio per doverosa riservatezza) è uscito da una grave crisi depressiva che rischiava di travolgerlo. “Ancora non mi sembra vero di averla superata e temo ancora di ricadere”, confida in proposito. All’origine di tale depressione una dura prova cui è stato sottoposto per anni, nel suo ambiente di lavoro nel Nord Italia. Prova che, insieme ai frutti che ne sono derivati, ha accettato di raccontare per i lettori di Città nuova, di cui condivide le finalità, e per altri che possano trovarsi in situazioni simili alla sua. Da una diecina di anni lavoro presso una Asl. Mi occupo di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro, valuto i progetti di insediamenti produttivi e, come ufficiale di polizia giudiziaria, ho a che fare con inchieste infortunio e sopralluoghi ispettivi presso industrie piccole e grandi, artigiani, scuole, ospedali, case di riposo, cantieri. Un giorno a due mie colleghe che non avevano qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria, durante un’attività amministrativa sul territorio è capitato di rilevare le pessime condizioni di un cantiere edile; dalla strada avevano fatto i primi accertamenti, riportati poi a verbale. Erano un’assistente tecnico, entrata dopo aver vinto il concorso, e un medico del lavoro con un incarico in attesa di concorso. Il mattino dopo la prima delle due mi ha raccontato del sopralluogo e della successiva telefonata fatta all’altra da parte di un membro del Comitato di gestione della Ussl, referente per il nostro servizio. Nel corso di tale telefonata il commissario la invitava a stracciare il verbale se non voleva avere grane. Avrei potuto non impegolarmi in questa storia ed evitare guai. Ma mi spiaceva lasciarle nei pasticci; così, senza pensarci due volte, mi son fatto consegnare il verbale, come previsto dal codice di procedura penale per chi è pubblico ufficiale nei confronti di chi è ufficiale di polizia giudiziaria: in tal modo loro avrebbero potuto rispondere liberamente e non diventare ricattabili, nell’eventualità di altre richieste. Mentre stavamo ancora parlando, il cellulare della mia collega ha squillato: di nuovo il commissario, che ripeteva anche a lei la stessa richiesta. Saputo però che il verbale era stato consegnato a me, ha chiesto di parlarmi: “Se quel documento finisce in procura – ha esordito -, la dottoressa può scordarsi del concorso e l’assistente tecnico verrà licenziata”. Poco dopo, in un incontro faccia a faccia ripeteva le sue minacce, presente l’assistente tecnico. “Ma come posso essere licenziata se ho vinto il concorso?” replicava lei. E l’altro: “Attenta, bambina, siamo in tanti, faremo in modo che ti venga voglia di licenziarti”. Niente da fare: il commissario è stato denunciato. Al processo in tribunale il Pubblico Ministero ha riferito che da intercettazioni telefoniche intercorse tra i politici componenti il comitato di gestione era emerso che gli stessi s’erano chiesti, tra le altre cose, come fare per liberarsi di me o almeno togliermi la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria. Tra gli oltre 500 dipendenti, quanti eravamo, il “caso” ha suscitato molta tensione; fin dopo la conclusione del processo noi tre siamo stati trattati come degli appestati; nemmeno l’assistente sanitaria del nostro servizio ci salutava per non essere ritenuta una di noi. Ma per me era importante aiutare le mie colleghe, soggetti più deboli nei confronti dell’amministrazione corrotta, condividere le loro ansie, le minacce di cui erano oggetto. È finita che il commissario è stato condannato ad un anno e venti mesi con la condizionale per tentata concussione. L’assistente tecnico non è stata licenziata, la dottoressa ha vinto il concorso. Contro di me, invece, spostato in altro ufficio e lasciato senza telefono per circa un anno, messo in cattiva luce presso l’utenza ed i colleghi, continuava la campagna di opposizione. Ho comunque testimoniato ad un altro processo contro il responsabile del mio servizio, venendo tartassato da due avvocati della difesa che per tre ore si sono alternati per farmi cadere in contraddizione. Lui è stato poi condannato, ma la stessa notte io venivo ricoverato in ospedale: un crollo dovuto all’eccessiva tensione. E non era finita. Le ritorsioni nei miei confronti sono aumentate, l’emarginazione si è accentuata con le successive riorganizzazioni delle Asl. Senza più sicurezze, mi sentivo so- lo, impotente contro il “Male” che mi circondava ed opprimeva al punto da sentirne la presenza fisica. Finché circa due anni fa sono caduto in depressione profonda. Mi è stato anche detto che il lavoro che svolgevo, consistente nel rilascio di pareri per concessioni edilizie di insediamenti produttivi, non era svolto in modo corretto; ma alla mia richiesta di chiarimenti al riguardo, la risposta è stata il silenzio. Per un periodo di tre-quattro mesi non mi è stata affidata nessuna pratica, così che non mi rimaneva altra alternativa che effettuare sopralluoghi di mia iniziativa; con la conseguenza di venir messo in cattiva luce perché troppo solerte in queste ispezioni. Era troppo! Ho dovuto chiedere due settimane per malattia, arrivando al punto di capire chi si suicida, tanto avevo perso interesse per la vita. A questo periodo ho aggiunto tre settimane di ferie, che sono state però un vero inferno. Non avevo voglia di vedere nessuno; andavo solo a messa, di corsa, la domenica. Cercavo con tutte le mie forze di aggrapparmi a quel Dio che credevo amore nonostante tutto. Un po’ come Gesù che, nel culmine della sua passione, pur sentendosi abbandonato dal Padre, continuò ad amare riaffidandosi a lui. Anzi, questo “incontro” sulla croce era così vivo e reale da sentirmi come lui sofferente, isolato, tagliato fuori da tutto e da tutti, perfino dagli stessi famigliari. A mia moglie che mi stimolava ad uscire, ad incontrare gente, rispondevo: vai tu, hai la patente, il libretto degli assegni; nessuno ti trattiene. Quando sono tornato in ufficio, ero ridotto uno straccio. Col mio responsabile, tuttavia, fingevo di essermi ritemprato, di aver ritrovato l’entusiasmo per il lavoro, e per dimostrarglielo ho anche cercatod’impegnarmi, con grande sforzo. Poco tempo dopo la responsabile provinciale mi ha annunciato senza mezzi termini (ci conoscevamo da anni) che il referente del servizio della zona non mi voleva più tra i piedi: o via io o via lui. Forti erano anche pressioni dei sindaci del territorio per non avermi più intorno. Conclusione: entro una settimana sarei stato trasferito in un’altra città col compito di svolgere “esclusivamente” attività di secondo livello, supporto ai tecnici, lasciando quella ispettiva. Ho accettato dalle mani di Dio anche questa prova e il dolore di non poter più essere utile ai più deboli, tra cui le vittime di infortuni o i famigliari di morti per infortunio sul lavoro. Dove avevo sbagliato? I sindaci – costatavo -, anche se responsabili di violazioni antinfortunistiche, non “potevano” essere denunciati. Lo stesso valeva per altre persone influenti. Invece ai poveri diavoli, ad esempio un artigiano edile con tre dipendenti, si potevano fare due sopralluoghi con sequestro nello stesso mese e comminare multe elevate con in aggiunta il conto salato dell’avvocato. E tuttavia, per rimanere coerente al vangelo, ho sopportato l’emarginazione, l’isolamento e soprusi di ogni genere e infine il trasferimento. Ho così cominciato a lavorare in due sedi, tre giorni a X e due a Y, affrontando i relativi disagi; a testa bassa, mi sono messo a lavorare con impegno, precisione e tempestività per tutti, compresi coloro che avevano voluto il mio trasferimento. Ho collaborato con i colleghi considerandoli miei fratelli. E pensare che l’attività prevalente assegnatami era il rilascio di pareri per concessioni edilizie, per la quale tempo prima era stato così criticato. Pareri che, stavolta, sono stati tutti accettati e trasmessi ai sindaci. Dopo due anni il mio impegno e la mia coerenza sono stati riconosciuti in un incontro al quale, presente il referente, partecipavano una ventina di componenti del nostro servizio. A distanza di tempo, capisco meglio il senso di tanta sofferenza: mi ha reso più sensibile all’ascolto, comprensione e condivisione dei dolori altrui. In particolare, mi ha consentito di far conoscere ad altri che subivano analoghe persecuzioni sul lavoro, sia dipendenti Asl che di altre aziende, i perversi meccanismi della corruzione e di aiutarli a trovare, insieme, una via d’uscita. Qualcuno di loro ha riconosciuto in seguito che il sostegno ricevuto era stato veramente decisivo. Lavorare presso la nuova sede, inoltre, è risultato provvidenziale: mi ha permesso di allargare il mio campo d’azione a tutta la provincia, e in tal modo di affrontare e risolvere altri disagi altrettanto gravi e poco conosciuti.

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