La luce di Gesù abbandonato

Penso che tutti, prima o dopo, soprattutto quando gli anni della nostra vita fisica cominciano a declinare (ma non solo allora), sentiamo dal profondo di noi espandersi un’angoscia sottile, come un vapore che appanna.

 

Quale è il senso di tutto quanto ho vissuto? Quando tutto questo mondo di colori, di luci e di suoni, di forme e di sentori –
tutto questo mondo comincia a venirmi meno? Tu senti che il giardino della conoscenza, che si è dischiuso in te, in mille forme, tra gioie e dolori, può scomparire come un’illusione. «Vanità delle vanità, tutto è vanità», diceva il Qohelet (1, 1). E allora? Ha senso l’aver cercato? Ha senso il continuare a cercare, a faticare, se tutto è vanità?
 

Sarà, alla fine, il buio? Niente?

Sì, dice il sofista che è in noi, sì; ma poiché sarà niente, non ne avrai alcuna coscienza: sarà come piombare nel sonno duro di un’anestesia totale.
Può essre, risponde l’uomo che in noi guarda e ama: ma l’orrore che ora ne ho? Non significa nulla?
O è proprio questo, l’orrore del nulla (pensate un momento a questo nulla che ci inghiottirebbe, senza che in noi rimanga
traccia alcuna di noi), che ci apre a una stupenda speranza: che non sia così? Facendo vibrare nel più profondo di noi le voci di quelle donne e di quegli uomini che di questa speranza sono stati profeti, le hanno dato consistenza esperienziale.
 

1. Penso che tutti, prima o dopo, soprattutto quando gli anni della nostra vita fisica cominciano a declinare (ma non solo allora), sentiamo dal profondo di noi espandersi un’angoscia sottile, come un vapore che appanna. Quale è il senso di tutto quanto ho vissuto? Quando tutto questo mondo di colori, di luci e di suoni, di forme e di sentori – tutto questo mondo comincia a venirmi meno?

Tu senti che il giardino della conoscenza, che si è dischiuso in te, in mille forme, tra gioie e dolori, può scomparire come
un’illusione. «Vanità delle vanità, tutto è vanità», diceva il Qohelet (1, 1). E allora? Ha senso l’aver cercato? Ha senso il continuare a cercare, a faticare, se tutto è vanità?

Sarà, alla fine, il buio? Niente?

Sì, dice il sofista che è in noi, sì; ma poiché sarà niente, non ne avrai alcuna coscienza: sarà come piombare nel sonno duro di un’anestesia totale.
Può essere, risponde l’uomo che in noi guarda e ama: ma l’orrore che ora ne ho? Non significa nulla?
O è proprio questo, l’orrore del nulla (pensate un momento a questo nulla che ci inghiottirebbe, senza che in noi rimanga
traccia alcuna di noi), che ci apre a una stupenda speranza: che non sia così? Facendo vibrare nel più profondo di noi le voci di quelle donne e di quegli uomini che di questa speranza sono stati profeti, le hanno dato consistenza esperienziale.
Perché in quel “comandamento nuovo”, in quell’amarci tra noi come Gesù ci ha amati, era rivelato e sempre più fatto reale
quell’essere rivestiti del Cristo stesso, quel miracolo dell’Eucaristia che si apre come frutto maturo proprio nell’amore dispiegato fra noi, in quel comandamento nuovo che è frutto di essa ma anche e insieme condizione perché l’Eucaristia porti il suo frutto.
Era scoprire per me che cosa significa “essere Chiesa”, quella Chiesa che nel passato non ero riuscito a capire e amare.
«Tutti voi siete una sola persona nel Cristo Gesù», scriveva Paolo ai Galati (3, 28).
E Lui siede alla destra del Padre. E per questo, «quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati» (Rm 8, 29-30).

4. In questo andare a posto, come tasselli di un mosaico, di quanto fino allora mi era rimasto chiuso del cristianesimo, avvertivo però che continuava ad esistere un nodo, e duro. Questa “vita nuova” era attraversata da momenti forti di morte; la luce che inzuppava come acqua di salvezza la mia intelligenza, continuava ad essere contraddetta da larghi spazi di buio.
Allora: era vera la luce, o era vero il buio?
La fede trovata mi faceva dire: è vera la luce; la sofferta quotidianità umana mi faceva dire: è vero il buio.
Occorreva, mi dicevo, restare fedeli, costi quel che costi, al dono di Dio nella fede. Ma fino a quando sarei stato capace di tenermi in quella tensione?

5. E fu qui che il carisma di Chiara mi pose davanti una figura reale, un uomo non ancora sufficientemente vissuto e pensato: Gesù Cristo crocifisso, ma rivelato nell’evento sconvolgente del suo sentirsi, del suo essere abbandonato dal Padre (che proprio così è uno con lui).
Un Dio abbandonato da Dio… la Parola sradicata da Chi la dice, e dunque non più Parola… Non più Essere…
In quel messaggio di Dio che è il crocifisso abbandonato, l’assurdo (o ciò che pare tale) sembra oscurare la logica; l’affermazione viene rovesciata nella negazione: il sì diventa (sembra diventare) no.
Chiara mi invitò a puntare l’occhio dello spirito, quasi esclusivamente, proprio su questa assenza di luce, che ella però mi assicurava essere, anche, tutta luce. Lì avrei trovato il nodo che lega, sciogliendola, la vita del Dio-uomo. Dal farsi carne del Verbo all’essere divinizzata, la carne del Verbo, nella risurrezione. Quell’uomo è Dio. Dio è quell’uomo.
Quell’uomo-Dio è allora la Contraddizione risolta.

Tutto questo doveva diventare, prima di tutto, mia vita quotidiana. Abituarmi a vedere nelle numerose e dolorose contraddizioni che piagano la nostra giornata, la Contraddizione per eccellenza, quella che l’Abbandonato ci mostrava. E viverla, lasciarmi vivere da essa, ad essa abbandonandomi senza riserve.
Chiara mi diceva: troverai la luce. Lì è la luce. E la sua vita me lo testimoniava. Ma devi entrare, mi ripeteva, in quell’oscurità,
devi lasciarti risucchiare da quel vortice di buio. Imparando ad incarnare nella tua vita quotidiana quel «nelle tue mani, Padre» (Lc 23, 46) che Gesù ha vissuto. Il Rigettato si rigetta in Colui che Lo rigetta…

Tutto questo fu per me un modo nuovo di entrare nei grovigli dell’esistenza. E divenne per me un modo nuovo di pensare,
che si attuava nella misura del mio entrare nell’Abbandonato, nella vita quotidiana, senza vedere e senza capire.
Senza capire… E la filosofia?
Ma non mi avevano avvisato, i grandi maestri del pensiero e dello spirito che tutto il mio pensare, se autentico, sarebbe stato un approdo a un non sapere, a un non capire? E questo non sapere, questo non capire sono il sapere, il capire dell’eschaton?

Per entrare a fondo nel carisma di Chiara, mi era chiesto, allora, di entrare a fondo nella condizione dell’uomo, ma come
Gesù vi era entrato: continuando ad amare chi pareva non lo amasse più.

6. E qui, frutto di una forte e ripetuta esperienza, dal fondo del cuore – come dicono i Padri dell’Oriente cristiano – comincia
a pullulare una nuova conoscenza. E sempre più forte si fa il salire delle acque di luce, fino ad un loro dilagare in tutte le fibre dell’essere.
Comprendi che nel mistero dell’abbandono di Gesù il Padre ci apre l’intimità di Dio e ci chiede, superando l’apparente incomponibile urtarsi delle contraddizioni, di farci coinvolgere, guidati dallo Spirito, nella Immobile-Dinamica della vita divina.
«Ora i miei occhi ti vedono».
Ti vedono, perché ho capito nel profondo che il non-vedere è vedere; il non-sapere è sapere; l’angoscia è pace. Il dolore è
amore.
Ecco la cifra risolutiva. Dio è Amore.
E che cosa è l’Amore me lo rivela l’Abbandonato, il tutto donato nelle e alle contraddizioni, sciogliendole.
Il pensiero è condotto nell’assoluta semplicità dell’Amore, che proprio perché amore, dono, non è per essere se stesso.
 

 

7. Alcuni anni fa Chiara ha voluto che un gruppo di studiose e studiosi ci raccogliessimo con lei intorno a questa luce, per penetrare in essa tanto quanto è concesso alla nostra esistenza terrena e nella misura della nostra fedeltà al carisma.
Eravamo (siamo) quel gruppo cresciuto sino a una ventina di persone, di varie età, di culture diverse, di ambiti del sapere diversi: ma ci raccoglieva insieme il carisma di Chiara, la strada percorsa nella scia di lei, ogni giorno misurandoci nella nostra capacità – ma tutta dono di Dio – di superare le contraddizioni tra noi per muoverci nell’aria pura dell’unità voluta da Gesù, facendo sempre più nostra quella Contraddizione che è Gesù abbandonato.
Alla base della nostra ricerca, l’applicazione senza sconti di quell’«amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 11).
Senza questo fondamento continuamente rivoluto, la ricerca del pensiero è destinata a rimanere sforzo inutile.
 

È nata la Scuola Abbà. Cenacolo che vuole raccogliersi, intorno al Dono di Dio fatto a Chiara, proprio in quell’Abbà nel
quale Gesù, superando nell’Amore l’abbandono, ha condotto la sua umanità, e la nostra con la sua.
E abbiamo cominciato a fare esperienza di un modo nuovo di vivere il pensare. Non più atto che nasce dal profondo della
mia intimità ripiegata su di sé, e in essa termina, ma atto che nasce dal dono che faccio della mia intimità all’altro, agli altri, e termina non nel ritorno in me ma nella pace luminosa di quell’Io umano-divino che è Gesù fra noi. Quell’Io, Gesù fra noi, che è la mia vera e profonda persona. Certo, il mio io ha la sua realtà di creatura, ma Gesù lo conduce nella sua relazione al Padre, facendomi, in lui Figlio, realmente figlio di Dio. «Voi siete morti, in effetti, la vostra vita è nascosta con il Cristo in Dio. Quando il Cristo, vostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con lui in piena gloria» (Col 3, 3-4). «Amatissimi, fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora manifestato. Noi sappiamo che, quando Egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come Egli è» (1 Gv 3, 2).
Su questa fede spalancata sul cuore del cristianesimo, ci siamo posti al lavoro, coinvolgendo nella logica del tutto donare e
dell’amore reciproco anche le nostre discipline. La via per custodirle nella pienezza distinta della loro ricerca, è il farle inabissare nel pensiero di quel Gesù che vive, risorto, tra noi, e da esso farle rinascere. Perché, mai dovremmo dimenticarlo, ci è stato donato «il pensiero di Cristo» (1 Cor 2, 16).

«Sarà, alla fine, il buio? Niente?»; la domanda intorno al proprio destino è stata posta, da sempre, nelle forme più semplici della riflessione esistenziale, da ogni uomo; ed è, allo stesso tempo, la domanda filosofica per eccellenza, quella che caratterizza la ricerca giovanile dell'Autore al momento dell'incontro con Chiara Lubich. Ella gli apre la strada della conoscenza in Cristo, che trova il suo reale compimento luminoso nella realtà di Gesù Abbandonato. È nella profondità misteriosa dell'Abbandono, infatti, che il carisma di Chiara Lubich indica la soluzione delle contraddizioni umane, l'aprirsi dello sguardo di Dio che è Luce nel buio, Essere nel nulla. Così che il grido di Gesù, il suo "perché", la domanda nella quale si raccolgono tutti gli umani interrogativi, si manifesta come perfezione d'Amore, e diviene risposta, conoscenza. L'Autore spiega come questa scoperta diventi, in Chiara, una nuova via conoscitiva, capace di generare un metodo e una scuola, la "Scuola Abbà", che Chiara ha fondato.

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