La casa, il rifugio

Parliamo tanto di migrazioni, di barche stracolme, di Ong nel mirino, di guerre, di miseria. La persona umana ha bisogno di un tetto per poter dignitosamente essere se stessa. Nessuna convivenza, nessuna integrazione è possibile senza un alloggio. Una riflessione da Beirut
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Più volte mi è venuta in primo piano la questione della casa, in questa bella terra libanese. Per noi europei, non è più il principale problema, da tempo, visto che la maggioranza dei nostri abitanti ha almeno una casa di proprietà, e gli affitti sono sì cari, soprattutto nelle grandi metropoli, ma francamente accessibili alla maggioranza della popolazione. Ma per chi migra la casa è invece “il” problema principale, più del cibo che in qualche modo è di più facile reperimento. Più dello stesso lavoro.

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Qui in Libano ho potuto costatare quanto, al contrario, la casa sia ancora un problema per coloro che sono costretti a migrare. Ho visitato il villaggio di Myeh w Myeh, sulle colline di Sidone, nel Sud del Paese: dal 1985 al 1992, durante la guerra civile, i suoi tremila abitanti cristiani erano stati costretti a fuggire a Nord per l’invasione dei profughi palestinesi. La metà di loro è tornata dopo la lunga apnea di sette anni, mentre l’altra metà aveva trovato casa in Canada, in Francia, a Beirut, altrove. Un nido l’avevano ricostruito. Sono tornati coloro che non avevano un tetto di loro proprietà sulla testa.

E a Beirut, invece, ad Ain Baicout, ho visitato un quartiere povero, dove si vive di una cava di pietra non lontana: qui le case sono passate alcune volte di mano, tra cristiani e musulmani, per via delle varie fasi della guerra civile. Oggi le stesse case vengono ambite anche dai siriani che fuggono dalla pazza guerra che si svolge al di là della frontiera.

Ancora più a Sud, nelle terre sciite di Hezbollah, sopra Tiro, nel villaggio di Kharthoum, sono stato invitato a un incontro islamo-cristiano dalla gente del posto che nel 2006, di fronte alla imperiosa avanzata israeliana, era dovuta scappare senza portare nulla, salvo qualche vestito, poche suppellettili e un po’ d’olio d’oliva, cioè quel che fa vivere la regione. Per 40 giorni questa gente era stata ospitata in un centro congressi dei cristiani ad Ain Aar, sopra Beirut. Aveva così mantenuto la sua dignità, che oggi è diventata riconoscenza e volontà di dialogo.

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Ecco forse una delle chiavi della migrazione che oggi avviene nel Mediterraneo: la casa, il tetto. Prima ancora del lavoro. Non è possibile una reale accoglienza, un’efficace integrazione e un dialogo tra diversi senza dare un tetto ai migranti che arrivano da noi. Ancor prima di trovar loro un lavoro. Perché con un tetto possono esprimere il meglio della loro umanità. Quante case vuote ci sono in Europa? Circa il 30 per cento del patrimonio immobiliare complessivo, secondo fonti delle istituzioni europee del 2013. Se in Libano, Paese di quattro milioni di abitanti, grande come due terzi della Toscana, è stato trovato un tetto per un milione e mezzo di siriani in fuga dalla guerra, credo che i 170-180 mila migranti che giungono ogni anno sulle nostre coste potrebbero facilmente trovare un tetto in un’Europa che lascia tante case vuote. E con un tetto sulla testa poi partirebbe il loro reale inserimento nel Paese.

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