La casa del sì

Nel santuario della Madonna di Loreto, dove è custodita quella che per tradizione è ritenuta la dimora della Santa Famiglia
loreto
Loreto, santuario che commemora il mistero dell’incarnazione di Cristo, è anche santuario dello Spirito Santo, perché Maria vi ha concepito per opera sua; della famiglia, in quanto lì si dice sia vissuta la famiglia di Nazareth; del lavoro santificato. Per tutti i cristiani, Loreto è anche la “casa del sì”: sì alla volontà di Dio, sull’esempio del “fiat” di Maria, in risposta all’angelo dell’annunciazione. Tutto questo è Loreto, al di là della questione dell’autenticità della Santa Casa. Ed è su questo messaggio che sempre più si va appuntando l’attenzione dei fedeli, un tempo rivolta soprattutto al “miracolo” della sua traslazione.

 

«… E non vurria scappà mai/ da quilli muri niri, ‘fummicati/ do’, pare, li peccati/ ve’ ‘ssurbiti co’ li guai/ e li suspiri!». Sono versi di un poeta marchigiano che mi tornano in mente, al vedere questi muri bruni a cui il contatto di milioni di mani, più che togliere, levigandoli, una patina, paiono invece avercela aggiunta. E anche la Madonna lassù, nella sua ricca dalmatica, anche il Bambino sono neri. Come se, pur essi assieme a queste pietre, avessero davvero misericordiosamente assorbito «li peccati, li guai e li suspiri» dell’umanità. Nero e ombra densa che le poche lampade non riescono a vincere del tutto, ora che il sole accecante della Palestina non s’affaccia più dalla finestrella “dell’angelo” e dall’antica porta murata.

 

Sono contento che la Chiesa abbia lasciato nude queste povere, rustiche mura. Fuori no: il suo amore filiale non ha resistito a rivestirle di una sontuosa trina marmorea, come si fa quando si vuol rendere più bello, con l’accuratezza della confezione, un dono che si teme troppo modesto. Attorno e sopra il sacello: muraglie possenti, una cupola grandiosa e lieve, tutta una profusione di opere d’arte. E ancora, all’esterno del santuario-fortezza, una città che prima non c’era, Loreto, sorta e cresciuta unicamente per queste quattro mura sbilenche della più umile e preziosa delle dimore.

 

Rientrare in essa, accostarne lo squallore, dopo la complessità e la dispersione del fuori, è come risalire alle origini della vita cristiana, dove si ritrova sé stessi e si sperimenta l’anelito ad una esistenza veramente degna dell’uomo.

 

Non uno stuolo di angeli, ma Angeli in carne e ossa (e precisamente una famiglia di tal nome) avrebbero trasportato a Loreto questa casa che, secondo una fondata tradizione, ha visto nascere Maria. È il risultato di un’annosa e paziente opera di ricerca, tesa ad enucleare ciò che è autentico da ciò che è aggiunta, abbellimento della fantasia popolare, onde dar fondamenti più saldi alla informazione del cristiano di oggi.

 

Comunque siano andate le cose, nulla viene tolto all’importanza della reliquia, la quale ha valore di per sé e non certo per le modalità del trasporto. Direi di più: anche se risultasse una copia, un falso – e di riproduzioni commemorative di monumenti sacri palestinesi ce ne sono state a bizzeffe, in passato – l’eccezionalità di Loreto non ne sarebbe affatto sminuita, per l’occasione unica, offerta al credente, di meditare sui temi più significativi della redenzione. Ma non vorrei anticipare le tappe di quella che è una storia affascinante.

La tradizione narra che nel 1291, allorché i crociati furono costretti ad abbandonare la Terra Santa, la casa della Madonna fu sottratta alle devastazioni dei saraceni dagli angeli che la trasportarono da Nazareth a Tersatto, in Dalmazia, e poi, nella notte del 10 dicembre 1294, sul “colle dei lauri”, nel territorio di Recanati.

 

La prima fonte scritta relativa alla traslazione risale però al Teramano, custode del santuario tra il 1465 e il 1472. La difficoltà degli studiosi è proprio questa: essi si sono trovati di fronte al fatto straordinario di una casa che “vola” per migliaia di chilometri, ma con una documentazione in merito troppo tardiva; finché in anni recenti si è fatta strada l’ipotesi secondo la quale la Santa Casa sarebbe giunta in Italia smontata, via mare, ad opera dei crociati, per venir poi rimontata con un criterio archeologico ante litteram.

 

Tale ipotesi prende le mosse dagli scavi condotti a Nazareth tra il 1954 e il 1969, in occasione della costruzione della nuova basilica, e a Loreto negli anni 1962-1965. Coi primi si è appurato che il luogo dell’incarnazione, costituito da uno scomparso edificio in muratura appoggiato ad una grotta tuttora visibile – e così si spiegano le sole tre pareti originarie della Santa Casa, mentre la quarta è posteriore –, fu conservato gelosamente e trasformato in un luogo di culto giudeo-cristiano fin dal II-III secolo. Di grande interesse un graffito, forse del II secolo, venuto alla luce: è in greco e rappresenta la più antica invocazione alla Madonna che si conosca: «Kaire Maria» (Ave Maria).

 

Per contro, le indagini effettuate sotto la Santa Casa hanno confermato fra l’altro che essa non poggia su fondamenta proprie, forse per indicare appunto che altro era il luogo della sua provenienza; e che agli inizi del XIV secolo i recanatesi la rinforzarono costruendovi attorno un muro di contenimento.

 

Dovevano essere ben importanti quelle pareti se non si adottò la soluzione più semplice di abbattere il sacello e ricostruirlo più ampio e robusto. Ma non basta: quelle pietre – non locali, si badi, ma delle medesima natura di altre rinvenute a Nazareth – conservano dei graffiti simili ad altri individuati laggiù; murati tra alcune di esse, inoltre, insieme a cinque croci di stoffa rossa che potrebbero riferirsi alle insegne dei crociati, sono venuti alla luce frammenti di uovo di struzzo.

 

Ora, secondo la simbologia medievale, l’uovo di struzzo che, deposto dalla femmina sulla sabbia, si riteneva venisse direttamente fecondato dal Sole, richiamava il mistero dell’incarnazione operata nel seno di Maria dal Sole di Dio che è lo Spirito Santo. Sicché di tali uova si adornavano spesso le chiese in Palestina. Fin qui gli elementi che rafforzano la convinzione di trovarci di fronte all’autentica dimora di Maria.

 

Ma come la mettiamo col fatto del miracolo? Stando alle più antiche fonti letterarie, non troviamo notizia di un trasporto per via aerea della Santa Casa, ma per mare. Un testimone interrogato dal Teramano attestava che l’avo del suo avo riferiva di averla vista venire «sulle onde del mare, come una nave». E il Petrucci nel 1485 parla semplicemente di un trasporto umano, senza angeli, allorché descrive la casa di Nazareth come «portata via a forza» e, «attraverso il mare, posseduta prima dagli illirici e poi dai marchigiani». È solo verso la fine del Cinquecento che comincia a farsi strada la tradizione del “volo”, che finirà per dominare nei secoli successivi. Ma anche la più antica iconografia, risalente alla seconda metà del Quattrocento, confermerebbe il tragitto via mare: la Santa Casa vi è spesso raffigurata come un natante spinto sì da angeli, ma anche bell’e montata sulla tolda di una galea.

 

Se furono dunque uomini a trasportarla in Italia, essi non poterono essere che crociati, di cui è noto che riempirono l’Europa con le reliquie sottratte alla Terra Santa. L’ipotesi è tanto più attendibile, se si pensa ai rapporti che intercorrevano tra quella regione e i porti di Ancona e Santa Maria de Laureto (Recanati) – i principali dello Stato Pontificio –, al papa marchigiano Nicolò IV, che fece di tutto per inviare rinforzi in Terra Santa, e ai 400 crociati partiti nel 1295 da Camerino della Marca.

 

E arriviamo al nome “Angeli”. Gli scavi nella Santa Casa hanno rivelato altre sorprese: nella fascia di sottomurazione sono state rinvenute alcune monete, fra cui due di eccezionale interesse: esse si riferiscono a Guy de la Roche, duca di Atene, il quale governò Gerusalemme dal 1287 al 1308 ed era figlio di Elena Angeli, imparentata con i despoti dell’Epiro e gli imperatori di Costantinopoli. Elena governò il ducato al posto del figlio minorenne dal 1287 al 1294, esattamente il periodo in cui si colloca la traslazione della Santa Casa (1291-1294). Secondo documenti letti all’inizio di questo secolo negli archivi vaticani, fu appunto la famiglia Angeli a provvedere al suo trasporto da Nazareth a Loreto, dove aveva possedimenti.

 

Si tratti di questi Angeli oppure di monaci (“angeli” essi erano chiamati talvolta in Terra Santa), ad un certo momento gli angeli della terra sarebbero diventati angeli del cielo: un passo non poi così lungo, date le risorse della fantasia popolare.

 

Vi sono reliquie che testimoniano da sole una verità in cui pare riassumersi tutta la nostra fede: e se la Sindone dice un amore che vince la morte, l’amore di un Dio crocifisso, la casetta di Loreto, che ospitò con “quella” convivenza lo straordinario nell’ordinario, ricorda a tutti noi che siamo una famiglia legata con vincoli d’amore, di cui Maria è madre.

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