La carità come logica politica

Nella tradizione cristiana la politica è compresa come forma alta di carità. Chiara Lubich la definiva l’“amore degli amori”. Ma cosa significano tali espressioni? Esplorare la logica della politica come carità è particolarmente utile oggi che, spesso, i neo-sovranismi strumentalizzano la religione cristiana per scopi di consenso elettorale. Tratto da "Nuova Umanità" n. 233

Una volta, politicamente parlando, c’erano gli ingenui, cioè coloro che credevano al ruolo positivo delle virtù pubbliche e s’adoperavano per seminare i valori collegati al bene comune e alla pace. Un certo sarcasmo accompagnava le loro uscite idealistiche, ma in generale gli avversari politici nutrivano rispetto nei loro confronti. D’altronde erano considerati innocui e un po’ folclorici. Contro di loro s’ergeva la monumentale impalcatura teorica della realpolitik, composta da intellettuali e politici per niente sorpresi quando la politica mostrava il lato peggiore della natura umana. Nel potere si nascondeva, a loro avviso, un volto demoniaco (Gerhard Ritter), manifestato dall’incessante lotta di classe sempre presente nella storia umana (Karl Marx). Neanche la democrazia si salvava: lungi dall’essere un traguardo ideale, essa in realtà era un’illusione confezionata dai ceti dominanti per occupare il potere a danno delle persone comuni (Joseph Schumpeter). Intendiamoci bene: il realismo politico ha svelato tanti processi sotterranei alla politica, consentendo lo sviluppo di una nuova consapevolezza sui meccanismi del potere. Ha aiutato anche il superamento dello Stato etico e paternalista, che si arrogava il diritto di stabilire come, quando e perché i suoi cittadini dovessero essere felici. Solo che per evitare lo Stato etico si è finiti per squalificare il ruolo dell’etica nella politica e gli squalificati furono etichettati come ingenui, cioè figure che, in maniera irriducibile, concepivano il potere come un servizio per la realizzazione degli ideali più alti.

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Col senno di poi, non mi pare ci siano dubbi sulla rivincita che oggi gli ingenui si sono presi, considerando la persistenza della loro testimonianza e la circolazione delle loro opere (in Italia mi vengono in mente Piero Gobetti, Giorgio La Pira, Igino Giordani, Altiero Spinelli, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro…), rispetto a tanti realisti relegati ormai fra i reperti intellettuali del secolo scorso. Abbiamo dunque fatto qualche passo in avanti verso la comprensione del ruolo positivo che il potere pubblico può e deve assumere? Magari. Purtroppo le cose sembra stiano andando in modo spiacevolmente differente. Agli ingenui di una volta oggi sono subentrati i buonisti. Non è solo un cambiamento di parole, perché fra gli ingenui e i buonisti intercorre una grande differenza: se i primi erano reputati inoffensivi e idealistici, i secondi sono invece considerati pericolosi, nocivi e chi li denuncia li rimprovera di fare affari con i buoni sentimenti. Che si parli di Europa, di migrazione, di multiculturalità, di cooperazione internazionale, di equilibri globali, di custodia dell’ambiente… se si propone un principio basato su un valore positivo e universale si rischia di essere accusati di collusione con le cattivissime Ong, di favorire l’egemonia delle detestate burocrazie europee, di tollerare i trafficanti di vite umane ecc. Per dipingerlo a tinte ancora più scure, la pseudo-cultura neo-sovranista gli associa l’epiteto radical chic: il buonista radical chic è doppiamente nocivo, perché è distaccato dalla realtà e, dal divano del proprio salotto, si permette di assegnare giudizi su quello e su quell’altro. È evidente che lavorare sul piano etico, nelle vicende attuali, significa piantare grane dentro e fuori le forze politiche. Significa, per esempio, non essere disponibili a sacrificare la libertà di coscienza alla disciplina di partito, dettata da qualche presunto guru digitale. Significa far prevalere i princìpi umanitari quando ci sono vite umane da salvare nei barconi del Mediterraneo. Significa anche non distinguere fra migranti buoni (quelli che fuggono dalle guerre) e migranti cattivi (quelli che fuggono dalla fame), perché la guerra e la miseria devono essere considerate due tragedie verso le quali attivare sempre e comunque la solidarietà. Ma tutto questo è politica o è carità? Non avranno ragione i cinici realisti, cioè non stiamo confondendo i piani? Quanta carità può esserci oggi nei contenuti delle iniziative politiche?

Nell’orizzonte della cultura cristiana, la politica è la forma più alta di carità. Di solito questa espressione è fatta risalire a Paolo VI; in realtà essa fu utilizzata, la prima volta, da Pio XI, il 18 dicembre 1927 quando, parlando alla Fuci, indicò la politica come «campo più vasto della carità», del quale si può dire «che nessun altro le è superiore salvo quello della religione»1. L’anno seguente, l’allora assistente ecclesiastico nazionale della Fuci, Giovan Battista Montini, riprendendo le parole del papa, sottolineò come la politica fosse «la forma più alta di carità, perché più vasta, efficace, importante»2. L’insegnamento sulla politica come alta forma di carità giunge fino a noi, attraverso ulteriori espressioni della Gaudium et spes, della Octogesima adveniens e infine della Caritas in veritate. Chiara Lubich tradusse tale insegnamento con una bella espressione: «La politica è l’amore degli amori», perché finalizzato a creare le condizioni che consentono a tutte le istanze legittime e positive di realizzarsi. È attraverso di essa che i progetti, le aspirazioni, di ogni natura e di vario genere, possono trovare le condizioni oggettive per svilupparsi. Dire che la politica è carità non significa aver risolto ogni quesito.

Da questa affermazione di principio non è possibile ricavare un unico, esclusivo, specifico, programma politico. Così come sono tante le variabili storiche e sociali che contrassegnano una comunità, sono molte anche le soluzioni che potrebbero essere escogitate per risolvere i suoi problemi. Avere opinioni differenti sui modi per realizzare il bene comune è normale e legittimo. Che la politica sia la forma più alta di carità, «l’amore degli amori», è perciò una questione che ha a che fare col suo principio e questo non è poco in tempi in cui sulle ispirazioni della rappresentanza politica ciascuno sembra poter dire quello che gli pare. Non è da poco soprattutto in questo frangente storico nel quale i valori cristiani sono sbandierati, scandalosamente, dai neo-sovranismi di mezzo mondo, i quali concepiscono il cristianesimo come un fattore identitario da preservare contro le insidie provenienti dall’esterno. Se la politica è carità in atto, la sua logica dovrebbe esserne conseguente. Nella logica della carità ci si dovrebbe aspettare – come condizione minima – che chi persegue il proprio bene lo faccia non a detrimento del bene dell’altro. In altre parole, bisogna coltivare una dimensione universale e non esclusiva del bene comune, che impedisca prevalentemente due cose: che una comunità politica possa arricchirsi alle spalle di altre; che nel perseguire il benessere proprio ci si disinteressi del benessere di altre popolazioni.

Si osservi che questo principio è più esteso di quanto si ritienga, soprattutto dopo gli insegnamenti della Laudato si’ di papa Francesco. Esso deve essere esteso alla natura e alle future generazioni. Depredare le risorse ambientali, oppure scaricare sui posteri i pesi delle nostre scelte di oggi, rivela una politica non coerente con la carità. È chiaro che ci vuole coraggio a fare una politica alta, attenta ai bisogni delle future generazioni e proiettata sul terreno della cittadinanza globale, perché né i cittadini stranieri, né i posteri, sono potenziali elettori. Sarebbe del tutto gratuito, e difatti il secondo criterio della politica come carità è la gratuità. È un criterio descritto in modo formidabile da papa Francesco, quando nella Evangelii gaudium ha esortato a concepire il tempo come superiore allo spazio.

Ciò significa che il politico dovrebbe evitare di occupare spazi di potere, per concentrarsi nella generazione di processi che, nel tempo, realizzeranno le aspirazioni migliori del bene comune. Fare del bene solo a chi ti può votare è fuori da questo criterio. Lo slogan “prima gli italiani”, in tal senso, ha tanto il sapore del “prima chi mi può votare”. Tanto è vero che in questo motto comune ai sovranisti di mezzo mondo (“prima gli ungheresi”, “America first” ecc.) non c’è mai una parola per gli elementi al secondo e al terzo posto di questa immaginaria lista di priorità. È evidente che non vale la pena neanche menzionare coloro che non sono una platea elettorale. Chissà che riscatto politico potrebbe avere la nostra civiltà se i suoi rappresentanti fossero animati da un’idea di politica come forma più alta di carità. Non rinunciamo alla comprensione della politica come chiamata a questo elevato significato dell’amore, cioè alla politica come vocazione. I pericoli dell’attenuazione di questa comprensione sono dietro l’angolo: il reiterato riferimento alle virtù della democrazia diretta e ai vizi di quella rappresentativa, che i populismi compiono, ne sono un’espressione evidente.
1 Discorsi di Pio XI, SEI, Torino, 1960, vol. 1, pp. 742-746.

2 G.B. Montini, Discorso agli studenti, in «Studium», 24, 1928, p. 3.

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