Italia, la storia rimossa del passato coloniale

Esiste un passato della nostra storia nazionale che si è voluto rimuovere per troppo tempo. Come, ad esempio, i massacri compiuti in Etiopia ad Addis Abeba e nella città conventuale di Debre Libanos. È venuto il tempo di una giornata della memoria condivisa per affrontare i nodi del nostro tempo. Intervista a Paolo Borruso, professore di Storia contemporanea alla Cattolica di Milano.
Archivio storico

Sugli italiani pende il pregiudizio immotivato di non essere dei guerrieri determinati, per un difetto di umanità che ci farebbe riconoscere come “brava gente”. Purtroppo la storia è diversa, ma per poterla affrontare bisogna superare tante rimozioni.

Solo nel febbraio 2020 la Comunità di Sant’Egidio, dove abbondano gli storici a cominciare dal fondatore Andrea Riccardi, è riuscita ad avere la presenza ufficiale del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il presidente della Cei, card Gualtiero Bassetti, per affrontare la scomoda memoria del più grave crimine di guerra perpetrato dagli italiani nel 1937, nella città monastero di Debre Libanos in Etiopia.

corriere-della-sera-6-maggio-1936_etiopiaUn massacro, pianificato da mesi, di oltre 2 mila persone, prevalentemente religiosi della chiesa ortodossa etiope, da parte delle truppe comandate dal generale Maletti, esecutore degli ordini del vicerè d’Etiopia, Rodolfo Graziani, e dello stesso “duce” Benito Mussolini.

Esito estremo di una guerra coloniale fortemente voluta dal re sabaudo che, con tale conquista dell’unica nazione africana (e cristiana) ancora indipendente, riuscì per poco tempo a cingersi del titolo di imperatore.
Guerini e Bassetti hanno preso atto della minuziosa ricostruzione storica dell’intera avventura coloniale italiana in Etiopia operata da Paolo Borruso, professore di Storia contemporanea presso l’università Cattolica di Milano.

Una lettura che trae beneficio dal lavoro di scavo operato precedentemente da Angelo Del Boca, in sostanziale solitudine e posizione scomoda in un Paese che, nel secondo dopoguerra, ha avuto fretta di rifarsi un’immagine presentabile al mondo, dopo la lunga notte del fascismo. In molti ricorderanno la “amnistia Togliatti” del 1946 e quella “Pella” del 1953 che posero una pietra sopra sui crimini politici commessi nel territorio italiano. Si usa, invece il termine di” armadio della vergogna” per indicare l’archivio nascosto sui crimini di guerra commessi in Italia, non perseguiti e poi desecretati solo nel 2016.

Pagine che restano ignote alla maggioranza degli studenti italiani e rimosse dal dibattito culturale e politico. Tanto più se si tratta di crimini commessi, anche con le armi chimiche, nel territorio africano.
Ne discutiamo con il professor Borruso, grande conoscitore dell’Africa e dell’Etiopia in particolare, dopo aver parlato del suo ultimo lavoro nella rivista Città Nuova di luglio 2020.

Considerando il riconoscimento pubblico operato lo scorso febbraio e quanto avviene a livello mondiale, ritiene che sia ora possibile riproporre l’istituzione di una giornata in memoria delle 500 mila persone uccise dalla presenza coloniale italiana in Libia, Etiopia e Somalia? Angelo Del Boca la propose, senza successo, nel 2006…
Penso che oggi sia arrivato il tempo di fare i conti con la nostra storia, evitando la strumentalizzazione partitica di un memoria condivisa.

Eppure parliamo di eventi molto attuali se a Graziani, mandante della strage e di altre feroci repressioni, il comune di Affile, nel Lazio, ha dedicato recentemente un memoriale. Graziani non è stato mai inquisito e nel dopoguerra fu nominato presidente onorario del Movimento Sociale. In fondo non si è voluto, con l’oblio, salvare l’onore di Amedeo D’Aosta, il viceré che lo sostituì?
In effetti Amedeo aveva un’altra caratura, tentò un approccio da funzionario “civile” e non “militare”, promotore di una “politica indigena”, ma l’azione repressiva in Etiopia continuò anche con lui. Durò di meno per via della nostra sconfitta militare. Ma l’eclisse di tutta la vicenda avvenne repentinamente nella coscienza collettiva italiana. L’Italia aveva fretta di voltare pagina e anche il Negus, tornato sul trono di imperatore d’Etiopia nel 1941, dopo numerose denunce e richieste di risarcimenti nei trattati di pace, decise di non insistere per dedicarsi al processo di modernizzazione del suo Paese che aveva dovuto interrompere con la guerra.

Una figura originale di autocrate il negus ..
È pressoché sconosciuto nei nostri manuali di storia, eppure andrebbe perlomeno ricordato per l’invito esplicito, dopo la riconquista del potere, che fece verso gli etiopi a non vendicarsi nei confronti degli italiani.

Una scelta esplicita di imperatore cristiano (il suo nome era Hailé Selassié, “potenza della Trinità”). Come è stato possibile in Italia l’arruolamento dei vescovi cattolici nella giustificazione di quella guerra?
Il mondo cattolico italiano, come è stato dimostrato da diversi studi, vive una separazione dall’insegnamento del papa fin dal tempo di Benedetto XV con la sua condanna della prima guerra mondiale. Anche il diverso orientamento di Pio XI nella guerra d’Etiopia viene facilmente rimosso dalla propaganda clerico fascista che si fa forte dei Patti lateranensi del 1929: il capolavoro politico di Mussolini in grado di risolvere il contenzioso tra Italia e Chiesa che durava fin dal 1870, finendo per attrarre il favore del popolo e della gerarchia cattolica. Mussolini aveva preparato bene il terreno per capitalizzare un vasto consenso alla guerra d’Etiopia, dove il regime investì grandi capitali per arrivare alla vittoria.

Una guerra preparata, come spiega nel suo libro, dalla propaganda contro i falsi cristiani etiopi, definiti come mezzi pagani, tolleranti la schiavitù (in effetti ancora esistente)…
In effetti, molti giudizi come quelli noti del cardinal Schuster, fanno leva sulla opportunità della guerra che conduce a spezzare «le catene degli schiavi» e a spianare «le strade ai missionari del Vangelo».  Una strategia che accrebbe il consenso dei cattolici al regime fascista. D’altro lato, però, c’è da dire che Hailé Selassié era impegnato in una grande opera di riforma anche all’interno della sua Chiesa e nei rapporti con un impero multietnico, con forti presenze islamiche in periferia. Erano queste componenti a praticare maggiormente il traffico schiavistico con la penisola araba. Era uno scenario difficile da governare, percorso da rivalità interne e risentimenti, ma di fronte al quale il Negus non rinuncia ad impegnarsi seriamente per abolire le forme residue di schiavitù fin dai primi anni ’20, quando emanò due editti che ne punivano la pratica; poi la schiavitù fu abolita dagli italiani nel ’36 per dimostrare l’opera “civilizzatrice”, e dopo la fine dell’occupazione italiana il Negus confermò l’abolizione con un editto del 1942, poi inserita anche nel codice penale nel 1957. Si trattava di un’antica istituzione, la cui abolizione andava ad intaccare un ordine sociale ed economico secolare, consolidato, e per questo molti erano restii a rinunciarvi.

Le risulta una qualche forma esplicita di opposizione dei cattolici a tale opera di propaganda?
Non se ne sono trovate in Italia, ma mi piacerebbe approfondire la questione. Perché sicuramente potremmo trovare delle tracce nel mondo della Fuci o di quel cattolicesimo che poco simpatizzava con il fascismo, magari in esilio all’estero. Sul territorio africano abbiamo la testimonianza dei missionari che aprirono gli istituti per accogliere i bambini meticci oggetto di discriminazione, nati durante l’occupazione italiana, chiedendo che venisse riconosciuta loro la cittadinanza italiana. Una tesi inaccettabile per la politica razzista del regime.

Oltre alla presa di posizione dell’attuale ministro della Difesa, esistono esternazioni sul tema delle stragi coloniali da parte dei nostri vertici militari?
Non mi risultano ad oggi. Nel 2017, su sollecitazione di Andrea Riccardi la ministra della Difesa Pinotti promise una commissione scientifica di inchiesta, mi fu chiesto di farne parte, su quel periodo storico a partire dalle fonti delle nostre forze armate. Lo sollecitò anche Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma la commissione non è stata mai costituita.

Forse si potrebbe ricominciare da tale commissione?
Mi sembrerebbe una buona opportunità, anche perché potremmo lavorare su tante fonti in possesso dello stato maggiore del nostro esercito. A Del Boca, ad esempio, è stato impedito di accedere a documenti tuttora riservati. Viviamo ancora in una sorta di amnesia e di sospensione permanente verso quella storia.

E in Etiopia invece come è percepito quel periodo storico?
Ne hanno una memoria vivissima. Il recente incontro del 25 febbraio 2020 ha avuto grande rilevanza sulla tv nazionale.  Finora non abbiamo avuto momenti pubblici condivisi tra i due Paesi. Ricordo piuttosto le lentezze della politica italiana, come nel caso della restituzione dell’obelisco di Axum previsto nel 1947 dai trattati di pace e avvenuto dopo quasi 60 anni, nel 2005, nonostante l’impegno dell’Italia a restituire il bottino di guerra nel giro di 18 mesi. Ricordo anche che di questo bottino fanno parte preziosi oggetti sacri trafugati dagli ufficiali a Debre Libanos, mai ritrovati… sarebbe doverosa un’indagine per una loro localizzazione. Un vero processo di riconciliazione potrebbe essere di giovamento anche per un nostro ruolo positivo nel contesto africano attuale.

L’Etiopia ha superato la fase seguente alla fine violenta del Negus?
L’assassinio di  Hailé Selassié e l’occultamento del suo corpo nel 1974 va letto in un contesto di forte tensione ideologica nel periodo della guerra fredda. Credo che oggi si possa ripartire dalla riscoperta di questo personaggio di livello internazionale, fondatore dell’Organizzazione dell’Unità Africana nel 1963, portatore di un pensiero originale africano, alternativo alle influenze delle categorie occidentali fatte proprie dagli altri leader di quel continente.

Qui il documentario su Debre Libanos trasmesso da Tv2000

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