Il mondo di Thalassia

Tecnologa, geologa, fotografa subacquea e altro ancora, Thalassia Giaccone vive in superficie ciò che ha imparato negli abissi marini
Foto di Patrizia Macaluso,

Mai nome è più indicato: Thalassia, che in greco significa “mare”. A darglielo era stato il padre, il prof. Giuseppe Giaccone, pioniere dell’attività sportiva e scientifica subacquea siciliana nonché scienziato di fama mondiale nel campo dell’ecologia marina e della biologia delle alghe. E insieme al nome, dal padre e dalla madre Claudia era stato trasmesso a quell’unica figlia l’amore, anzi la passione per il mare.

Thalassia, cosa significa per te il mare?
L’elemento acqua è stato da sempre per me sinonimo di serenità, di gioia, di protezione, tanto da cercare anche sott’acqua rifugio durante piccole e grandi avversità della vita: un’acqua terapeutica, rigenerante, traboccante di divino. Quando scruto il mare dalla terra ferma, sento che parte di me è già lì tra quei flutti, mi sento costantemente collegata ad esso da un cordone ombelicale invisibile. Il mare l’ho scoperto per la prima volta ad Ustica, questa isoletta a circa 36 miglia nautiche da Palermo, con i miei genitori già dal primo anno di età. Ed è proprio ad Ustica che ho mosso le mie prime pinneggiate nel mondo subacqueo.

Una passione, la tua, legata in modo speciale alla figura di tuo padre…Quello per il mare e per tutti i suoi organismi, da cui mi diceva sempre di “sentirsi ri-amato”, è stato un amore innescato dalla sua prepotente vocazione ad uno studio e ad una conoscenza accompagnati dalla sapienza. Un amore che nel corso della sua vita ha preso i connotati della compassione, nel senso di sentire sulla propria pelle il dolore per un mare violentato dall’inquinamento e dalla mancanza di cura da parte dell’uomo. Questo lascito del mio papà io l’ho trasformato secondo la mia personale vocazione, innescando un ulteriore processo di crescita e sviluppo. Mia mamma, dal canto suo, ha sempre condiviso e assecondato questo amore dai riflessi blu cobalto, essendo stata proprio lei a insegnarmi a nuotare nella piscina della nostra casa di campagna.

In quanto fotografa subacquea, hai sviluppato un certo tipo di “sguardo”: ti serve solo per il mondo marino?
Grazie alla fotografia, che mi ha sempre accompagnata fin dalle scuole elementari, ho coltivato l’attenzione per i dettagli, per la bellezza palese o nascosta, secondo il detto di Confucio: “Ogni cosa ha la sua bellezza, ma non tutti la vedono”. Ventunenne, dopo un corso di fotografia subacquea fatto ad Ustica, ho cominciato a “scrivere con la luce” (è il significato di “fotografia”) anche sott’acqua. La passione della fotografia subacquea naturalistica dev’essere stata anch’essa “una questione genetica”: mio padre infatti fotografava il mondo sommerso con una Rolleiflex scafandrata ed ha pure vinto un riconoscimento per la migliore foto naturalistica subacquea. Da oltre 15 anni a questa parte, è rarissimo che io lasci la mia macchina fotografica subacquea all’asciutto. La fotografia mi accompagna quotidianamente anche sulla terra ferma: amo soprattutto quella macro perché mi restituisce dettagli che ad occhio nudo è difficile cogliere. Sicuramente l’allenamento al particolare e alla bellezza sotto ogni cosa è un aiuto nel rapportarmi con gli altri e nel ricercare, anche al di là di ciò che non appare, tracce di armonia e bellezza.

Quali sono stati i lavori svolti finora e cosa fai attualmente?
Dopo la formazione universitaria nel settore delle scienze marine, grazie al mio spirito di adattamento, alla mia creatività e alla voglia di non mollare mai ho cercato sempre di essere occupata in qualcosa, ma non sempre a fronte di una retribuzione. Ho lavorato nell’ambito della ricerca con diversi contratti a tempo determinato che ad un certo punto si sono conclusi, imponendomi di intraprendere la libera professione. Ma sfumate anche in questo campo le possibilità di costruire una carriera solida, ho dovuto ricominciare a fare l’istruttrice subacquea a tempo pieno, specializzandomi in diversi ambiti tra cui quello della disabilità, del primo soccorso e della fotografia subacquea. Contemporaneamente collaboravo con associazioni che si occupano di progetti di educazione ambientale nella scuola dell’infanzia e primaria. La pandemia di Covid-19 ha stimolato la mia creatività di imprenditrice fino a realizzare e co-produrre prima un trailer dal titolo SottoSopra (1° classificato categoria esordienti al concorso EudiMovie, 28° European Dive Show) e poi il docufilm 2100 sugli effetti dei cambiamenti climatici prodotti in 26 siti emersi e sommersi delle coste siciliane, e su quelli che potrebbero avvenire in un futuro che è ancora nelle nostre mani: oltre 10 i riconoscimenti internazionali ricevuti. Attualmente sono tecnologa a tempo indeterminato presso il Sicily Marine Centre della Stazione Zoologica Anton Dohrn e mi occupo sia di ricerca scientifica nel campo dell’ecologia marina attraverso lo studio delle alghe, sia di comunicazione scientifica nel campo della produzione di contenuti scientifici e fotografici per la realizzazione di eventi vari. Cosa mi ha guidato nella scelta o nel rifiuto delle diverse occupazioni lavorative? La ferma convinzione di non voler mai scendere a compressi con l’illegalità e con tutte le forme di assenza di cura per cose, persone e ambiente. Ho sempre lottato per la meritocrazia e il rispetto negli ambienti di lavoro, avendo presente la Regola d’Oro: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, un’etica della reciprocità presente in diverse culture, filosofie e credi religiosi.

Dicevi che sei anche istruttrice subacquea per disabili. Cosa t’ha dato questo mondo particolare?
Anche se ho avuto uno zio disabile, costretto dalla poliomielite a vivere su una carrozzina, ho conosciuto in profondità il mondo della disabilità grazie alla subacquea e a due realtà associative che si occupano di formazione in questo settore, avendo la gioia di portare in immersione subacquei paraplegici, tetraplegici, ciechi, con sindrome di down, con autismo o con altre disabilità intellettive. Sott’acqua non ci sono barriere fisiche, siamo tutti uguali, tutti liberi di muoverci! L’esperienza di sport e disabilità di cui ancora oggi mi occupo come istruttrice mi ha permesso una preziosa crescita personale tanto da spingermi a diventare una volontaria presso l’Unità spinale dell’Azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania. Il mondo della disabilità mi ha insegnato e mi insegna ancora oggi la resilienza, la caparbietà, la voglia di ricominciare, l’accettazione dei limiti e il provare a trasformarli in sfide per crescere e migliorarsi, ma soprattutto la certezza che “nessuno si salva da solo”, che solo insieme si può affrontare la vita.

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