Irlanda 2013: la Chiesa e la crisi, nell’Anno della fede

Brendan Leahy
Intervista a d. Brendan Leahy, Professore ordinario di Teologia dogmatica presso l’Università Pontificia di St. Patrick, Maynooth, Irlanda; autore dell’articolo La Chiesa comunione e Gesù Cristo in S. Tommaso d’Aquino, in «Nuova Umanità», XXXIV (2012/4-5) 202-203, pp. 579-590.

 

 

1) Lo scorso 11 ottobre papa Benedetto XVI ha inaugurato l’anno della fede. Lei, professor Leahy, vive dal di dentro le sofferenze della Chiesa d’Irlanda, colpita negli ultimi anni dallo scandalo dei preti pedofili; che senso ha, secondo lei, parlare di fede oggi e in questa Chiesa?

 

Fede vuol dire fiducia, aver fiducia nel Dio che si comunica in Gesù e poi, in e per Lui, esprimere fiducia nei nostri rapporti reciproci. Attualmente, il senso religioso del popolo irlandese, che è stato lungo 1.500 anni mediato in modo fortemente ecclesiologico, è profondamente ferito. Per cui ci vuole tempo, molta pazienza, delicatezza e perseveranza nel ricostruire il tessuto ecclesiale. È un cammino non facile. D’altra parte, dalla prospettiva della fede si potrebbe dire che attualmente passiamo un momento oscuro nel cammino ecclesiale, e che il turbamento attuale fa parte di un cammino collettivo di fede. Nella lettera motu proprio[1], il papa Benedetto ha messo in rilievo la dimensione del cammino. Dio sa trarre il bene dal male, per cui, anche dalla piaga può venire nuova vita. Si tratta di ricominciare da Cristo che ha saputo bere il calice fino in fondo e dal suo abbandono sulla Croce quando ha generato la Chiesa nella sua autenticità. In Lui troviamo una chiave per orientarci in questo momento di grande disorientamento. E in Lui dobbiamo scoprire e dare testimonianza anche pubblica. Il rischio attualmente, per tutti nella Chiesa, è di richiudersi nel privato per il senso di fallimento, umiliazione, vergogna, mancanza di coraggio. Invece, la fede non è mai una cosa privata. Ha sempre una dimensione pubblica.

 

 

2) Un altro nodo cruciale per l’Irlanda è rappresentato dalla questione irlandese: è questa una ferita risanata nella profondità? Quale il contributo che la Chiesa cerca di dare?

 

Non possiamo non ringraziare Dio perché la “questione irlandese” ha visto progressi enormi rispetto a venti anni fa. Possiamo davvero parlare di “miracolo” quando si pensa al processo della pace che ha portato tanti frutti. Per fare un esempio banale, ora posso viaggiare da Dublino a Belfast in poco più di due ore senza quasi accorgermi che ho passato la frontiera. Prima, oltre alle strade non buone, bisognava passare una frontiera molto controllata con soldati, carri armati, sorveglianza di alto livello. Sì, tutto è molto migliorato. Ciò nonostante, rimane molto da fare. Il recente episodio di tensione sulla questione della bandiera al comune di Belfast (la proposta era di limitare l’esposizione delle bandiere del Regno Unito a soli 17 giorni l’anno), ha messo in rilievo quanto ancora la ferita della divisione esista. Per certi versi, come risultato negativo degli anni di violenza, la società in Irlanda del Nord è più ghettizzata, i cattolici rimangono fra loro e i protestanti fanno lo stesso. Sappiamo che la nostra storia dolorosa dovrà essere affrontata un giorno insieme.

Attualmente attraversiamo 10 anni “commemorativi”, che ricordano tanti avvenimenti accaduti 100 anni fa e che sono in parte all’origine della situazione dolorosa che è emersa da allora. Il grande contributo della Chiesa è di poter offrire, oltre alla diffusione dei principi della cultura della pace e della fiducia, luoghi di accoglienza (comunità, iniziative, movimenti) dove la comprensione mutua fra tutti possa crescere. Non si può amare l’altro se non lo si conosce. Poi i capi delle chiese possono dare buon esempio con iniziative comuni come, per esempio, il patto dell’amore reciproco stipulato fra loro nella cattedrale di Sant’Anna di Belfast durante la recente visita di Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, per il congresso eucaristico internazionale.

 

 

3) Di fronte all’attuale crisi economica, lei pensa che dedicare un anno al tema della fede possa fornire una chiave di lettura specifica o qualche risposta alle profonde incertezze della società?

 

Penso a quanto un documento come l’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, offra per la nostra meditazione e azione in quest’anno. La fede opera per la carità nella verità. Con la crisi attuale capiamo meglio quanto l’economia abbia ancora da essere “umanizzata”. Si tratta di imparare insieme come gestirla bene, con principi sani per il bene comune. La fede cristiana, con la dottrina sociale, ha una luce da offrire. La fede vissuta da uomini e donne del nostro tempo che cercano di portare avanti progetti concreti, basati sui principi quali, per esempio, quelli dell’economia di comunione, diventa un’icona vivente che dà speranza. Per chi passa un periodo di buio e di incertezza personale come conseguenza della crisi, la fede ci ricorda la gerarchia vera dei valori – Dio al primo posto, Dio che è Amore. Possiamo quindi fare nostre le parole di san Paolo, «sono infatti persuaso che né morte né vita, […] né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38).

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