Intervista a Paolo Borrometi

Giovane giornalista e scrittore, sotto scorta perché colpito da continue minacce di morte da parte di boss mafiosi per il suo impegno nel testimoniare fatti di corruzione e storie di resistenza civile
Il giornalista Paolo Borrometi, durante il convegno ''Trasparenza e libert‡ di informazione nello stato di diritto. Giornalisti minacciati e sistemi di protezione''in occasione del World Press Freedom Day 2018, Roma, 8 maggio 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

«Il Borrometi poco ne ha di vivere», «eclatante», «sarà una mattanza», «fuochi d’artificio», «bum, tutti a terra». Il Borrometi, Paolo, è un giovane giornalista di 35 anni, originario di Modica, in provincia di Ragusa. I fuochi d’artificio sono le esplosioni di un’autobomba preparata contro di lui e la sua scorta con cui convive dal 2014. Le sue inchieste scomode hanno smascherato e anticipato azioni delle forze dell’ordine e indagini giudiziarie che hanno portato agli arresti di numerosi esponenti di clan mafiosi. «Ogni tanto un murticeddu [un morto], vedi che serve». Quel murticeddu è lui. È autore del libro Un morto ogni tanto. La mia battaglia contro la mafia invisibile per i tipi di Solferino.

 

Il 10 aprile di quest’anno hai saputo che i clan mafiosi di Pachino e di Catania stavano per «organizzare un’eclatante azione omicidiaria» contro di te. Cosa avevano programmato e come è stato scoperto l’attentato?

Sono stato chiamato dal commissario di Pachino, la dottoressa Maria Antonietta Malandrino, per avvisarmi che  avevano scoperto contro di me un attentato con un’autobomba. Avevano preso una casa in affitto a Pozzallo come base operativa e rubato la macchina per imbottirla di esplosivo. Era un attentato… (fa una pausa ndr) – ne parlo sempre con ansia – previsto in Sicilia perché dovevo andare a parlare in vari eventi e scuole tanto che in una intercettazione dicono che erano disposti a far saltare in aria anche i bambini. Era un’azione feroce che è stata scoperta dalle intercettazioni di luglio scorso, ma il loro piano è ancora vivo.

 

5 condanne a morte, da 4 clan diversi. Un giovane non ha di questi pensieri, ma pensi alla tua morte?

Avevo già delle condanne a morte decretate da alcuni boss mafiosi, però il problema vero è che in un attentato con un’autobomba non c’è possibilità di scampo. Non sentendomi un eroe, non avendo tanto coraggio, ma solo enorme paura, ho cercato di sbrigarmi, di scrivere questo libro di inchieste in cui spiego quelle trame nascoste che la gente deve conoscere per comprendere non solo ciò che  accade in Sicilia ma in tutta Italia. Ho cercato di mettere nero su bianco tutto quello che sapevo per avere la possibilità di averlo raccontato. Comunque andrà.

 

Com’è avere una vita blindata? Quanto ti manca la tua terra, la tua famiglia?

La mia vita è un inferno abitato da molti demoni e pochi angeli, che sono i carabinieri della scorta. La vita sotto scorta vuol dire non andare al mare della mia Sicilia da 5 anni, non andare allo stadio, a un concerto, non poter vivere la quotidianità di un amico che citofona a casa per andare a mangiare una pizza o bere un caffè. Vuol dire non poter corteggiare quella che potrebbe diventare la donna della tua vita. È una forte privazione alla propria libertà. Vivo lontano dalla mia terra, mi mancano moltissimo i miei genitori, i miei amici. Lo ammetto. Piango spesso e mi chiedo il perché, però quando torno a casa la sera, con la mia angoscia, la mia solitudine, mi guardo allo specchio e vedo la mia coscienza pulita. Non ho fatto nulla di eroico e le mie restrizioni fisiche sono il segno della mia libertà di pensiero e di parola. Lo voglio dire con forza: non mi sono mai pentito della scelta fatta e rifarei tutto perché sono profondamente convinto di aver solo fatto il mio dovere.

 

Com’è nato il tuo sogno di fare il giornalista?

Mi avvicino in punta di piedi all’immenso Giovanni Spampinato. Ho incontrato la sua storia tra i banchi del liceo classico, quando ero un ragazzino. In quell’occasione mi dissero che era un giornalista che se la andava cercando. Non capivo a cosa si riferissero. Tornai a casa e mi informai perché ero curioso e capii che era un ragazzo che sognava di fare il giornalista. Anch’io ho sognato di fare il giornalista come lui, alla ricerca della verità. Non un giornalismo che attendeva le notizie, ma le cercava. Un giornalismo diverso, d’inchiesta, scomodo al potere. Sono convinto che il giornalismo debba essere molesto, come diceva Horacio Verbitsky: «Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto». Il giornalismo di Spampinato non piaceva e dopo la sua morte, avvenuta per assassinio a 26 anni, nessuno ha più scritto su quel territorio, sulle trame, sugli interessi eversivi. Il mio padre nobile è Giovanni Spampinato, il vero martire di quella zona della Sicilia.

 

Nel tuo libro citi inchieste importanti sulle agromafie nella provincia di Ragusa e Siracusa. A quali tieni di più?

Tengo molto a far comprendere che non sono fatti localistici ma nazionali. Nessuno prima parlava di agromafie. Eppure per fatturato sono seconde solo agli affari della droga della ’ndrangheta. Ognuno di noi ha sulle nostre tavole, tutti i giorni, frutta e verdura senza sapere da dove arrivano questi prodotti straordinari. Bisogna continuare a comprarli, però bisogna saper scegliere tra le marche perché dietro il pomodoro Pachino ci può essere l’azienda di un capomafia che grazie a un’inchiesta giornalistica del sottoscritto è stata estromessa dal Consorzio Igp. Solo sapendolo si può decidere da che parte stare. Una delle inchieste a cui sono più affezionato è quella relativa al viaggio ideale del pomodorino che va dallo sfruttamento delle donne dell’Est Europa, addirittura violentate, fino alle tavole degli italiani.

 

Com’è possibile che un produttore venda un kg di ciliegino a 0,40 centesimi e a Milano arrivi a costare anche a 7,50 al kg? Tra i produttori e la vendita al dettaglio cosa succede?

Nella filiera ci sono solo due figure certe: il produttore e il consumatore finale. Nella definizione del prezzo entrano molteplici fattori che fanno scendere il prezzo di vendita del produttore, il cui potere contrattuale è particolarmente basso. Perché cresce il prezzo? I monopoli delle mafie impongono un prezzo alle cassette, al confezionamento di plastica, al facchinaggio per caricare i camion, ai trasporti. Tutto questo fa lievitare il prezzo che non è più concorrenziale per questi monopoli, spesso mafiosi come ho cercato di dimostrare, che abbattono le più ele- mentari regole di mercato.

 

Con tutte le conseguenze sui produttori onesti che falliscono…

È quello il vero problema. I produttori onesti sono costretti a stare a queste regole e chiedono credito ai loro stessi aguzzini che glielo danno perché sanno che i prestiti non si riescono ad onorare. Gli aguzzini entrano così in possesso delle loro società per rilevare quel credito. È un circolo vizioso che va spiegato senza perdere passaggi, altrimenti non si capisce perché il prezzo finale lieviti così tanto e i produttori producano sotto costo. Ho calcolato che il pomodorino quest’anno è costato in media ai produttori 0,60 centesimi di euro e lo hanno venduto a 0,40 centesimi. I produttori onesti come sopravvivono? Inoltre il costo di 0,40 centesimi è al kg. Le confezioni nel supermercato sono vendute a 200, 300, 500 grammi.

 

«Segui i soldi e troverai la mafia», diceva Falcone. Qual è il tuo metodo investigativo?

Le fonti sono il patrimonio più importante di un giornalista. Non aspettare le notizie. Parlare con la gente. Da lì parte tutto. Dopo fai delle tue indagini. Come riesco ad arrivare a sapere che un deputato in carica, Giuseppe Gennuso, ha nelle sue società di famiglia i commercialisti di Matteo Messina Denaro? Possiamo basarci sulle fonti aperte, come la visura camerale. A quel punto si arriva, costa fatica, ma il giornalismo d’inchiesta è meraviglioso. Sono sacrifici non sempre ripagati perché non sempre  esce  la notizia. Ci sono delle piste che, a volte, non portano da nessuna parte. È un lavoro immenso, ma ne vale la pena. Se noi pensiamo che le mafie possono essere sconfitte solo dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, abbiamo sbagliato tutto. Verranno sconfitte da un popolo informato e dall’impegno di tutti.

 

Dov’è, secondo te, Matteo Messina Denaro?

Non ho la presunzione di immaginarlo. Posso solo dirti che fa affari nella provincia di Ragusa, che ha un maggior numero di sportelli bancari anche rispetto a Milano. Matteo Messina Denaro con i suoi emissari investe proprio in territori considerati vergini, dove si pensava non ci fosse la mafia. Bisogna seguire i soldi perché, se c’è un imprenditore veramente scaltro, questo è Matteo Messina Denaro.

 

Da cosa ti senti sostenuto?

La mia fede. Lo dico in punta di piedi perché la fede non deve essere strumentalizzata. Tante notti mi sveglio avvolto dalla paura e mi addormento pregando. Poi gli amici, la nuova famiglia che ho trovato a Tv2000 con persone che mi vogliono bene, non solo professionalmente ma anche umanamente. L’abbraccio di Paolo Ruffini, di Vincenzo Morgante, di Lucio Brunelli mi fanno comprendere che c’è gente che ti vuole bene e che ti sta accanto a prescindere da quello che fai. Credimi, sono le carezze più belle nel cuore che si possono ricevere.

 

Il papa ti ha voluto incontrare, cosa vi siete detti?

Sono stati 40 minuti di conversazione straordinaria che non ho mai rivelato, tranne  alcune  frasi che il papa mi ha autorizzato a dire. Dopo la paura dell’attentato è arrivata questa visita come una carezza sul cuore nel momento più duro. Mi ha dato una forza morale che non mi ha mai dato nessun’altra persona.

 

«La mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa», diceva il giudice Caponnetto. Cosa devono sapere gli studenti sulle mafie?

Bisogna far comprendere agli studenti che i mafiosi ci tolgono il futuro e il presente. I loro soldi sono soldi nostri. Se non trovi lavoro, spesso accade per la politica clientelare mafiosa. Se vai dal boss per ritrovare la macchina rubata anziché andare dalla polizia, nei fatti la dovrai ricomprare e dovrai essere grato a vita al boss. Così il lavoro offerto dalle mafie è senza diritti, senza tutele. È sfruttamento. Peggio della mafia c’è solo la cultura mafiosa. È parte di quella cultura chi occupa i parcheggi dei disabili senza averne diritto, chi salta le file alla posta perché conosce qualcuno. La cultura mafiosa nasce nei piccoli gesti e lì solo si può sconfiggere: nel fare il proprio dovere nella vita quotidiana.

 

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